In Qua

Osservo e spio dall’alto ogni conversazione. Non conoscendo la lingua, mi lascio trasportare dall’immaginazione, attribuendo ogni possibile significato alle parole, che risultano al mio udito così dolci, e saltellano da una bocca all’altra in un movimento incessante. 

Assisto dal mio balcone ad uno spettacolo di colori, di piccoli corpi che corrono e si rincorrono, di braccia che si alzano e si dimenano, di urla disperate, di grida gioiose.

Mi trovo al quinto piano di un palazzo su via Cremona, una traversa di Corso Giulio Cesare, e guardo giù. Sotto di me i Giardini Alimonda, anche detti Giardini del Toro, Piazza Alimonda in realtà: 120 x 70 metri di spazio comunale. E’ una piazza grande, tra le più grandi di Torino Nord, molto alberata. Guardo gli alberi che si susseguono lungo il perimetro; i loro rami, sottili e lunghi, tendono al cielo senza esitare, agguerriti e, solo più di recente, in fiore. Spesso ho l’impressione che le loro chiome spoglie siano in realtà radici, che si aggrappano al cielo con tenacia, assorbendo direttamente dalle nuvole il loro pane quotidiano.

I giardini sono divisi in tre aree: da un lato, quello destro, un piccolo parco giochi, dall’altro un campo da calcio, al centro un campo da pallavolo. 

L’area giochi  è circondata da un recinto che ne delimita lo spazio e contiene, al suo interno, uno scivolo, due altalene e diverse panchine, una delle quali dipinta di rosso, simbolo internazionale contro la violenza sulle donne. I bambini tirano gli abiti delle madri trascinandole in direzione delle altalene, a farsi spingere su e giù per il cielo. Altre mamme, sedute sulle panchine, chiacchierano tra di loro, con lo sguardo socchiuso e un sorriso accennato, guardando le altalene, con gli occhi colpiti dal Sole.

Il vociare che proviene dall’area giochi è di un’allegria saltellante, ed i corpi dei  bimbi che corrono, dentro e fuori dal recinto, creano un movimento incessante di colori e suoni. Così che mi pare una musica, un carnevale! Che poi comunque, qualcuno con la musica c’è sempre lì o nei dintorni.

Qui, come altrove, il calore dei corpi che abitano le strade dà significato ai muri dei palazzi, all’asfalto sui prati, alle luci nelle vie. Mi ritrovo spesso a pensare a quanto sarebbero tristi certi quartieri e a quanto sarebbero più ricchi e dinamici altri, se solo cambiassero le persone che li abitano.

Il mio balcone è al confine tra Aurora e Barriera, quartieri che si evolvono nel tempo, generazione dopo generazione; nate dagli operai, che costruivano le proprie case intorno alle mura del centro, abitata, prima dagli immigrati dal meridione, oggi, da innumerevoli nazionalità e culture.

Fuori dal perimetro del parco giochi, vedo gli abitanti delle case circostanti portare fuori i cani, e questi scodinzolano e abbaiano in giro per la piazza, annusando un po’ lì, pisciando un po’ là, fermandosi a guardare le persone sedute sulle panchine che si susseguono numerose lungo il giardino. In alcuni casi, le panchine sono disposte in maniera da creare un ambiente intimo e raccolto, quasi un salotto. Qui spesso si ritrovano comitive di amici, ragazzi tra i sedici e i venticinque anni, per chiacchierare e bere qualcosa insieme. Altre volte le panche ospitano persone solitarie e si trasformano in piccoli uffici improvvisati per lunghe chiamate con amici, fidanzate o familiari lasciati nel paese d’origine. Altre ancora, danno riposo ai corpi di anziani signori e signore usciti a passeggiare e a godere un poco della compagnia del Sole. 

Se sollevo lo sguardo vedo la luce del giorno che inizia a scendere lungo la linea dell’orizzonte. I raggi del Sole attraversano i rami, lunghi e affusolati, degli alberi radicati nei giardini Alimonda, il canto degli uccelli si fonde con il rumore delle macchine che attraversano il corso: anche se entrassi in casa, il sottofondo di Barriera di Milano non mi abbandonerebbe. Voci, rumori e musiche si espandono al di là della strada ed entrando in casa, mi fanno compagnia. 

C’è una Torino di là ed una inqua, c’è un quartiere visto dall’alto, ma con una sua vita dal basso. Ci sono barriere da superare, proprio qui, proprio io, al confine tra Aurora e Barriera, oltre Torino.

 

di Anita Liotta