
«La scuola è di tutti»: lunedì 12 ottobre Torino ha scandito un no compatto all’esclusione dalle aule sulla base della cittadinanza. Il presidio in piazza Castello, promosso da associazioni, movimenti e sindacati, ha visto mobilitarsi cittadini, insegnanti, educatori, famiglie e rappresentanti sindacali per denunciare quella che definiscono una deriva securitaria e un’ossessione politica. Bandiere rosse e cartelli fatti a mano hanno puntellato la manifestazione, ricca di testimonianze con un elemento in comune: spesso senza accorgercene, è a scuola che cominciamo a diventare cittadini, condividendo un pezzo di futuro con qualcuno diverso da noi. Dal cuore della città arriva l’immagine di una Torino che non vuole il tetto massimo del 30 per cento di studenti stranieri in ogni classe.
Al centro della protesta c’è l’idea che la scuola debba rimanere uno spazio aperto e inclusivo, dove i bambini e i ragazzi non siano ridotti a “numeri” o “categorie” da contingentare. Come testimoniano i cartelli portati dai manifestanti — tra cui quello con la scritta «Io sono qui per loro» e i volti e i nomi di decine di studenti di ogni origine — l’obiettivo è difendere il valore delle differenze come risorsa e non come ostacolo.
Nel corso degli interventi al microfono, la voce del mondo della scuola è stata chiara: porre un limite percentuale non risolve le difficoltà quotidiane dell’insegnamento. La vera priorità, secondo i promotori del presidio, richiede ben altro tipo di investimenti. Servono risorse mirate, docenti specializzati, percorsi di didattica plurilingue e un reale supporto all’integrazione, affinché l’istituzione scolastica non si trasformi in uno strumento di selezione e di esclusione.
«La scuola è il luogo in cui una comunità decide ogni mattina che nessuno dei suoi ragazzi può essere considerato straniero», è il monito risuonato forte in piazza, perché possa rimanere uno spazio di crescita collettiva, capace di accogliere storie, lingue e mondi diversi senza erigere barriere.