Mentre il dibattito politico torna a parlare di tetti agli studenti stranieri e di divieto di burqa e niqab, all’Istituto comprensivo Gabelli di Torino la multiculturalità è una realtà quotidiana. Ne abbiamo parlato con il dirigente Luca Bollero, provando a guardare oltre i numeri per capire quali siano le necessità, ma soprattutto le risorse, di una scuola multiculturale.

(foto tratta dal film “PIL – Perché Immigrazione è Lavoro” di Stefano Di Polito, girato presso l’IC Gabelli)
«Non si manda via nessuno». È da qui che parte Luca Bollero, dirigente dell’Istituto comprensivo Gabelli, quando gli chiediamo quali potrebbero essere le conseguenze del limite alla presenza di studenti con cittadinanza non italiana nelle classi.
Un limite che, nella realtà quotidiana di una scuola come la Gabelli, si scontra immediatamente con la demografia del nostro territorio. «Per noi non è proprio possibile– spiega Bollero – i nuclei familiari stranieri sono numerosi e pensare semplicemente di distribuire gli studenti in altre scuole non rappresenterebbe una soluzione concretamente praticabile».
Ma fermarsi al numero degli studenti significa, in fondo, porre male la questione. Quando gli chiediamo se il problema sia davvero la presenza di bambini e ragazzi di origine straniera oppure la concentrazione nello stesso territorio di fragilità sociali, economiche e linguistiche, Bollero parte da un presupposto diverso.
«I bambini di famiglie straniere sono una risorsa incredibilmente preziosa per un Paese come il nostro che sta invecchiando in modo molto preoccupante». Una prospettiva che ribalta la narrazione: non un problema da contenere attraverso una percentuale, ma persone sulle quali investire affinché possano diventare a tutti gli effetti «parte attiva e produttiva del benessere del nostro Paese».
Perché l’inclusione avvenga realmente, però, sono necessari strumenti concreti. Alla domanda su cosa servirebbe maggiormente alla Gabelli, la risposta è immediata: insegnanti di italiano L2 e mediatori culturali. Oggi la figura dell’insegnante L2 è presente alle medie, ma secondo Bollero queste figure sarebbero fondamentali soprattutto nella scuola primaria. «Con cinque tra insegnanti L2 e mediatori linguistici noi lavoreremmo molto meglio», spiega.
Investire, dunque, invece di limitare. È una distinzione che attraversa tutta la conversazione.
Lo stesso accade quando il discorso si sposta sul divieto di burqa e niqab nelle scuole. Anche in questo caso Bollero parte da ciò che osserva ogni giorno, anziché dal dibattito astratto.
«Finge di risolvere un problema che non esiste. A scuola non ho mai visto né il burqa né il niqab, e abbiamo centinaia e centinaia di allievi islamici.»
Il dirigente definisce il provvedimento una misura che, dal suo punto di vista, ha «l’aria di una mossa per interessi elettorali»: una risposta politica a un fenomeno che nella sua esperienza scolastica semplicemente non si presenta.
Oltre i numeri un’altra Gabelli
C’è però un’altra Gabelli che difficilmente trova spazio quando la scuola viene raccontata esclusivamente attraverso il tema dell’immigrazione e dei numeri.
Alla domanda su cosa i numeri non riescano a raccontare, Bollero indica una «grandissima progettualità», una forte collaborazione con il terzo settore e con le fondazioni, oltre a un’alta predisposizione all’innovazione didattica.
È qui che entrano in gioco due esperienze che il dirigente considera vere e proprie «colonne» per la scuola.
La prima è Città dell’Educazione, progetto della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo che coinvolge quattro città, due piemontesi e due liguri. Per la Gabelli significa progettualità e risorse destinate non soltanto alle attività educative, ma anche all’innovazione della didattica e al miglioramento dell’organizzazione scolastica.
La seconda è Scuola e Comunità, sostenuta dall’impresa sociale Con i Bambini: una rete composta da venti enti del territorio. Un progetto che mostra quanto una scuola possa andare oltre i propri muri, costruendo relazioni con le realtà che vivono quotidianamente lo stesso quartiere e la stessa comunità.
Ed è forse questa la Gabelli che rischia di scomparire quando il racconto pubblico si riduce alle percentuali.
Una scuola multiculturale porta certamente con sé bisogni specifici: l’apprendimento dell’italiano, la mediazione linguistica e culturale, le fragilità economiche e sociali che possono attraversare le famiglie. Negarlo significherebbe raccontarne soltanto una parte.
Ma anche descrivere questi studenti esclusivamente come un problema da distribuire tra le classi significa perdere un’altra parte della realtà.
Dalle parole di Bollero emerge invece una scuola che chiede soprattutto investimenti, strumenti e persone. Una scuola in cui la diversità delle provenienze non cancella le difficoltà, ma può diventare una risorsa se le istituzioni scelgono di fornire gli strumenti necessari.
Forse, allora, la domanda da porre alla Gabelli non è quanti studenti stranieri possano stare dentro una classe?
Ma è “quale scuola vogliamo costruire perché tutti quelli che entrano in quella classe abbiano realmente la possibilità di imparare, partecipare e diventare parte della comunità?”