Conosciuto come “Il Maestrone”, Francesco Guccini ha lasciato un segno nella musica e nella cultura italiana, diventando un punto di riferimento per intere generazioni.

Giovedì 6 agosto si è spento Francesco Guccini, cantautore e scrittore, ma prima di tutto un uomo, padre, marito, nonno e figlio, nato a Modena nel 1940. Pochi giorni dopo la sua nascita, l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale. Il padre andò al fronte e la mamma andò a vivere dai nonni paterni di Guccini a Pàvana, dove il piccolo mondo montano e rurale lasciò un grande imprinting culturale e diventò il nucleo simbolico, ma anche autobiografico, della sua vita.
Dopo la fine della guerra la famiglia si ricongiunse a Modena. Frequentò un istituto magistrale e, alla fine degli anni Cinquanta, ricevette una chitarra e iniziò a comporre i primi brani rock, ma lavorava anche come giornalista per la Gazzetta di Modena, scoprendo una vocazione per il racconto e per la cronaca.
Con il passare degli anni, nel 1961, si trasferì a Bologna, suonando nelle orchestre da ballo e si unì al gruppo I Gatti. Arrivò anche all’estero e il suo successo iniziò perché lavorava come compositore, anche per I Nomadi, con i quali creò un immortale capolavoro come “Dio è morto”.
Poi debuttò nel 1967 con l’album Folk beat n. 1. Successivamente, nel 1972, pubblicò l’album Radici, che contiene un altro grande capolavoro, La locomotiva, un manifesto e un inno anarchico e sociale che era la canzone che sceglieva per la chiusura dei suoi storici concerti.
Dopo questo Guccini si trasferì nel celebre appartamento di via Paolo Fabbri, a Bologna, da cui poi, nel 1976, uscì l’album Via Paolo Fabbri 43, dove ironizzava sui critici musicali, consolidando il suo stile colto e popolare.
Dagli anni Ottanta agli anni Duemila vediamo un Guccini più riflessivo, poetico e disincantato.
Ebbe una quasi seconda vita, dove possiamo vedere un Guccini che decide di dare sfogo alla sua vena narrativa, pubblicando romanzi come Cròniche epafàniche insieme al giallista Loriano Macchiavelli, da cui nacque una serie poliziesca.
Poi arrivò, nel 2012, l’album di inediti L’ultima Thule e, da quel momento, lasciò la sua Bologna per tornare nella sua amata Pàvana, dedicandosi interamente ai libri.
Ma Guccini rappresenta anche per i giovani attivisti anarchici e socialisti un simbolo dell’onestà intellettuale, ma anche del rifiuto di ogni dogma politico. Anche se non era un militante politico, la sua eredità culturale offre alla nostra generazione strumenti importantissimi, ma serve anche a interpretare la società e le lotte civili.
Parlando con dei miei amici anarchici, mi hanno parlato anche della sua celebre canzone L’Avvelenata. Mi hanno detto che molti giovani hanno trovato in quelle parole il diritto di essere coerenti con se stessi e di esprimere i propri dubbi.
Ho sempre sentito dire da molti che era politicizzato o comunista, forse perché dava fastidio per quello che faceva e raccontava nelle sue canzoni. Perché, come ha detto anche lui, “Il mio impegno è raccontare storie.” Ed è proprio quello che ha fatto sempre e da sempre, cioè raccontare storie.
La morte di Guccini ha sconvolto molti, ma ha toccato anche noi giovani attivisti di Aurora e di Barriera, alcuni anarchici e socialisti, perché fino a ieri ascoltavi una sua canzone e oggi ti svegli con una notizia del genere.
Come disse una volta Guccini a noi giovani:”Cercate di non farvi fregare, leggete, studiate, informatevi. La cultura è l’unica vera arma che avete per rimanere liberi e non farvi manovrare da nessuno.“
Molti lo conoscevano in Italia, ma la mattina del 6 agosto ero in giardino, in Romania, e c’era un’amica di mia nonna. Quando ho avvisato mia nonna della scomparsa di Guccini, anche la sua amica lo conosceva e ci è rimasta male, proprio come ci sono rimasta male io. Questo mi ha fatto capire che Guccini non ha accompagnato solo una o due generazioni, ma è stato un nonno per noi giovani e un amico, o quasi un fratello, un padre, per le generazioni prima della nostra.
Mi ha fatto capire anche che Guccini non ha accompagnato solo gli italiani, ma anche tante persone fuori dall’Italia. L’ho capito proprio quella mattina in Romania, vedendo che anche un’amica di mia nonna conosceva Guccini.
Questo fa capire quanto l’arte riesca ad avvicinare tutti, senza guardare l’età e nemmeno le generazioni, perché la musica ci accompagna in ogni fase della vita. Sono sicura che anche i nostri figli ascolteranno Guccini, perché resterà sempre attuale. Raccontava storie che ancora oggi sono attuali e che tutti continueremo a ricordare. Per questo resterà sempre il Maestrone.
Grazie, Maestrone, per tutto quello che hai lasciato a noi giovani attivisti, socialisti e anarchici e a tutte le generazioni future.