In Qua

“Io a Ceuta ci sono stato” – la testimonianza di Nassa ci aiuta a capire che cosa sta realmente succedendo.

Frontiere, potere e persone, Ceuta non è una notizia, è una ferita per l’umanità, che non possiamo più accettare, perché davanti alla disperazione toglie ogni forma di dignità alle persone.

Io a Ceuta ci sono stato nel 2004, e ci ho vissuto per più di cinque mesi. Non sto parlando per sentito dire: parlo per esperienza diretta. E quello che ho visto lì è qualcosa che ti resta dentro.

Ceuta è un posto particolare, quasi una frontiera sospesa, dove ogni giorno si accumulano tensioni. Migliaia di persone arrivano con la speranza di passare, di cambiare vita, e invece restano bloccate. Questo crea un clima pesante, fatto di frustrazione, rabbia e, purtroppo, anche divisione tra culture diverse. Non è un ambiente semplice, è un equilibrio fragile che può rompersi in qualsiasi momento.

Bisogna però capire una cosa fondamentale: la maggior parte di queste persone non parte per scelta, ma per necessità. Se guardiamo al nord del Marocco, soprattutto alla zona del Rif, parliamo di territori che per anni sono stati lasciati indietro. Pochi investimenti, poche opportunità, politiche sociali deboli. È una realtà complessa, dove la gente cresce con l’idea che l’unica possibilità sia andare via.

E quando hai questa mentalità, quando senti di non avere futuro dove sei nato, diventi vulnerabile. Ed è lì che entrano in gioco le organizzazioni che sfruttano questa disperazione: promettono una vita migliore, un futuro facile, ma in cambio chiedono soldi che spesso le famiglie raccolgono con enormi sacrifici. È un sistema costruito sulla fragilità delle persone.

Quello che vediamo oggi a Ceuta non è un evento eccezionale. Non è qualcosa che succede una volta e basta. Succede ogni giorno. Ogni giorno persone provano a passare, e ogni giorno molte vengono respinte. È una realtà continua, solo che a volte diventa visibile perché esplode mediaticamente.

Ma c’è anche un altro livello, quello politico. Non si può ignorare la questione del Sahara Occidentale. Parliamo di un territorio che è stato sotto controllo spagnolo fino al 1975, e che da allora è al centro di tensioni tra Marocco, Fronte Polisario e Algeria. La Spagna ha sempre avuto un ruolo delicato in questa situazione.

E in questo contesto, la gestione dei flussi migratori diventa anche uno strumento di pressione. Quando ci sono momenti chiave, decisioni importanti da prendere a livello internazionale, quello che succede a Ceuta può trasformarsi in una leva politica. È un modo per mettere pressione, per influenzare equilibri, per ottenere appoggi.

Poi ci sono gli equilibri internazionali: il Marocco ha rapporti forti con paesi come gli Stati Uniti e Israele, e anche questo incide sulle dinamiche geopolitiche della regione.

Alla fine, però, c’è una verità che non possiamo ignorare: in mezzo a tutto questo ci sono persone. Persone disperate, che cercano solo una possibilità. E troppo spesso diventano pedine in giochi politici molto più grandi di loro. E questa è la parte più dura da accettare.

Detto tutto questo, c’è anche un’altra cosa che non si può ignorare.

La scelta dell’Italia di sospendere il patto Schengen e il modo in cui è stata comunicata a livello mediatico è stata, sinceramente, qualcosa di molto grave. Non tanto per la decisione in sé, ma per il messaggio che è passato e che sta passando su tutti i media. Si è scelto di cavalcare una situazione già drammatica per mandare segnali durissimi all’esterno, in una strategia che unisce la Meloni a Vox e permette a Trump di vendicarsi di Sanchez, finendo, però, per colpire non solo i governi, ma interi Paesi come Marocco e Spagna e per ferire anche i marocchini che vivono in Italia. E questo non è accettabile.

Questo fa molto soffrire pensando alle 60mila persone arrivate a Ceuta e presto sfollate e ai quasi 100 morti in mare.

Perché qui non stiamo parlando solo di politica o di strategie: stiamo parlando di persone, di vite reali. Usare questa crisi per fare pressione mediatica, per creare consenso o per attaccare altri Paesi è qualcosa che va oltre la politica. È una mancanza di rispetto verso chi quella situazione la vive sulla propria pelle ogni giorno e per chi sentirà crescere il razzismo anche in Italia.

Si può essere fermi, si possono prendere decisioni forti, ma senza perdere umanità. Perché nel momento in cui si perde quello, si perde tutto.

Io in quei posti ci ho vissuto e mi porto dietro dei ricordi pesanti. La cosa che mi ha colpito di più è che la prima impressione che ho avuto è stata esattamente la stessa dell’ultima: quella sensazione di sentirti l’ultimo. Di sentirti invisibile. Come se non contassi nulla.

È un ambiente che, giorno dopo giorno, ti schiaccia. Non solo per le condizioni difficili, ma per come ti fa sentire come persona. Perdi dignità, perdi voce, perdi anche la percezione di avere un valore.

E quando vivi questa sensazione sulla tua pelle, capisci davvero cosa significa stare dall’altra parte. Capisci che dietro ogni numero, dietro ogni notizia, c’è qualcuno che sta vivendo esattamente questo: sentirsi niente.

Ed è per questo che certe scelte, certi messaggi, fanno ancora più male. Perché vanno a colpire persone che sono già al limite, persone che non hanno più niente.

E allora la domanda è una sola: che tipo di società vogliamo essere, se davanti alla disperazione rispondiamo togliendo ancora più dignità?