Con il nuovo decreto sicurezza – la cosiddetta “norma anti-maranza” – la stretta securitaria si fa ancora più dura e radicale. Questa volta a pagare il conto sono i giovani delle periferie, il capro espiatorio ideale per distogliere l’attenzione pubblica dalle cause strutturali che si celano dietro alla criminalità e alla violenza urbana. Ne parliamo con il professor Dario Basile, docente di Antropologia della Comunicazione all’Università di Torino e giornalista per il Corriere della Sera.

Negli ultimi anni in Italia è stato reintrodotto un particolare termine che nel corso del tempo ha subito diversi processi di risignificazione: si tratta della parola “maranza”, che racchiude in sé un complesso e stratificato immaginario politico e sociale, diffuso soprattutto attraverso i media. Per poter comprendere più da vicino questo fenomeno, ora che gli è stato persino dedicato un decreto sicurezza – la cosiddetta “norma anti-maranza” – abbiamo deciso di analizzare questa tematica a partire dalle sue origini, facendo luce sull’evoluzione dei provvedimenti in materia di giustizia minorile nel corso del tempo e che attualmente stanno seguendo l’impronta repressiva e securitaria che caratterizza le più recenti disposizioni adottate dal governo attuale. Per addentrarci in questa riflessione abbiamo deciso di intervistare un professionista del settore, il docente Dario Basile, che attraverso le lenti dell’antropologia e del giornalismo ci ha restituito un quadro più sfaccettato e autentico della criminalizzazione giovanile, in particolare nel contesto torinese.
D: Partiamo dalla parola: da dove ha origine il termine “maranza” e quali sono state le sue trasformazioni fino ad arrivare ai nostri giorni?
R: È difficile arrivare ad un’origine precisa. Come tutte le parole che hanno un uso comune, si trasformano e prendono significati diversi. Che io sappia nasce nell’ambito del rap e della trap e poi si trasforma divenendo praticamente sinonimo di marocchino, di ragazzo di seconda generazione che abita le periferie, assumendo in questo caso un’accezione negativa, molto simile a quello che avveniva anni fa con il termine “tamarro”. I ragazzi di periferia un tempo venivano chiamati “tamarri”, in quel caso spesso erano ragazzi figli dell’immigrazione interna, in questo caso invece vengono identificati come figli di una migrazione più recente, quindi straniera, dal Maghreb, ma non solo. È curioso però, perché è una parola che è stata in qualche modo sdoganata. All’inizio, fino a un anno fa, era comunque utilizzata in maniera dispregiativa, e quindi come anche per il termine “tamarri”. Nel caso della parola “maranza” adesso, sempre che sia stata sdoganata, viene utilizzata nei mezzi di comunicazione e addirittura anche nelle leggi.
D: Andrei più diretta questa volta sul cosiddetto “decreto anti-maranza”, che alla fine fa parte di un più ampio processo di tutte quelle politiche securitarie, i sei decreti sicurezza che ci sono già e che evidentemente hanno qualcosa di fallace. Quello su cui vorrei riflettere riguarda come mai, al posto di investire sulle scuole, sulla salute mentale, su spazi di aggregazione e un lavoro sociale o comunque di comunità, la risposta si cerchi sempre nel sistema punitivo del carcere. In particolare, mi piacerebbe sapere come è cambiato il sistema giudiziario minorile negli ultimi anni, se si è intensificato, se ci sono stati dei cambiamenti significativi che hanno portato alla stretta securitaria dell’ultimo periodo e che stiamo vedendo con questo governo.
R: Questo è ovviamente un discorso enorme, lunghissimo e importante. Partiamo dalla prima parte della domanda. La prima parte della domanda riguarda il fatto che si cerchi sempre di dare una risposta securitaria a problemi che sono fondamentalmente sociali. Questo vale soprattutto per i minori, ma spesso vale anche per gli adulti. Quando assistiamo a dei fenomeni come quello delle bande giovanili, in realtà il problema non è la banda, il fenomeno delle bande è la febbre, non è la malattia. Quando nascono le bande si può dire che qualcosa sul territorio non funziona. Questo mi permette di fare un collegamento un po’ storico, secondo me è estremamente importante, perché questa è una città particolare, è una città che ha avuto, negli anni Settanta e Ottanta, un grosso fenomeno di bande giovanili, sempre formata da ragazzi di periferia, e ha saputo dare una grande risposta a quel fenomeno, un fenomeno tra l’altro molto più complesso, a mio avviso, molto più presente nel territorio, molto più radicato, molto più violento. Anche questo è interessante ricordarlo, perché poi ci si dimentica, quello che viviamo adesso è probabilmente amplificato dai mezzi di comunicazione, ma comunque la mia impressione è che in generale a livello di sicurezza nelle periferie, per quanto riguarda la devianza minorile, la situazione sia nettamente migliorata.
Allora, cosa succede a Torino in quegli anni? A Torino in quegli anni ci sono due figure molto importanti, che mi piace ricordare, che sono il sindaco Diego Novelli, che è diventato sindaco nel 1975, dall’altro c’è l’allora Presidente del Tribunale dei Minori Paolo Vercellone. Queste due figure sono estremamente importanti perché capiscono esattamente questo. Vercellone fa una sentenza su una banda di un gruppo di ragazzi del quartiere Vallette e dopo aver scritto questa sentenza lui convoca il sindaco Novelli e gli dice che qui siamo di fronte a un problema sociale, non a un problema che si può risolvere per via giudiziaria. È l’inizio di un’ottima collaborazione fatta di una serie di iniziative, di educative di strada, di interventi sul territorio, per cercare di risolvere problemi che sono fondamentalmente dei problemi di tipo sociale.
Quello che dico alla fine non è tanto un problema di destra, di sinistra, il problema è che la risposta securitaria è una risposta inefficace, è una risposta che può in apparenza dare l’impressione di essere una risposta forte, in realtà tu non stai risolvendo nulla, perché alla base di quello ci sono appunto dei problemi sociali che vanno risolti. Tra l’altro si potrebbero fare degli interventi molto più efficaci con parità di risorse, certamente non arrestando tutti i ragazzi, perché poi alla fine cosa si può ottenere? Tenendo conto che già il sistema giudiziario minorile è un sistema giudiziario fondamentalmente basato sulla rieducazione, sul recupero del ragazzo, non è un sistema che è esclusivamente punitivo, è proprio un sistema che mira all’educazione, proprio per questo bisognerebbe cercare di andare verso politiche rieducative, di rinserimento. Poi tutto questo vale anche a livello nazionale, a livello torinese tra l’altro ci sono state delle iniziative più recenti molto interessanti di giustizia riparativa, anche nella Polizia Municipale c’è un nucleo dedicato a questo. Insomma, a Torino da quel punto di vista fortunatamente è rimasta un po’ quella tradizione, nata con Vercellone, non è completamente dimenticata. Il problema sono sempre le impostazioni nazionali, però la mia impressione è che più che altro è propaganda, non sono risposte efficaci.
D: Mi collegherei a questo punto ad un tema che ritorna molto spesso, ovvero quello del capro espiatorio, perché mi sembra che questo sia un ulteriore esempio di come una categoria, comunque una categoria che si è voluta creare, in un certo senso stigmatizzare, ghettizzare, sia il target perfetto per distogliere l’attenzione da quello che abbiamo già un po’ detto, da quelle che sono le cause strutturali di determinati fenomeni sociali. Quindi mi chiedo perché in questo caso i giovani, soprattutto quelli con un background migratorio, si connotano come il target perfetto per questo tipo di operazione.
R: Ma noi siamo in un paese, innanzitutto, dove è bene ricordarlo, la cittadinanza non viene riconosciuta ai ragazzi, ai figli di stranieri che nascono sul nostro territorio; quindi, già questa è una grande anomalia e già questo non aiuta certamente, a questa parola che a me non piace, ovvero integrazione, non aiuta questi ragazzi a farsi sentire parte di una comunità, che mi piace di più come espressione. Detto questo, ho seri dubbi che siano solo figli di immigrazione, ecco questa è una differenza grossa rispetto al passato, nel senso che una volta queste bande erano molto legate al territorio, erano formate fondamentalmente da ragazzi provenienti dallo stesso quartiere, oggi le cose si sono complicate, quindi noi vediamo dei gruppi di ragazzi che magari commettono reati, formati da figli di immigrati, quindi ragazzi di seconda generazione e poi il figlio del professionista torinese. Tra l’altro un altro aspetto interessante è l’immaginario estetico, diffuso anche grazie alla rete, ai social network, ovvero un determinato tipo di abbigliamento, un determinato tipo di atteggiamento, anche grazie appunto alla trap, è diventato dominante tra molte fasce di popolazione giovanile. Quindi io ho seri dubbi che i “colpevoli” siano esclusivamente i figli degli immigrati, perché ripeto il fenomeno oggi è molto più complesso e variegato, quindi anche lì generalizzare come al solito è sempre abbastanza inutile, quindi parlare di un “decreto-maranza” fa un po’ ridere.
D: Vorrei avviarmi verso la conclusione chiedendole una riflessione su uno dei punti di questo decreto che si focalizza sulla presunta capacità di intendere e di volere, che mi ha colpito molto per la sua arbitrarietà e per il fatto che venga applicata più sulla base di un dato anagrafico che a partire dalle singole esperienze come era prima. Quindi essendo che l’età è un costrutto sociale che chiaramente cambia da contesto a contesto, mi chiedo che senso abbia e quale possa essere la problematica di una simile applicazione, di un simile cambiamento all’interno di un decreto.
R: La vecchia riforma del sistema giudiziario minorile era una grossa miglioria, nel senso che ad esempio un tempo c’era addirittura una norma che faceva sì che se il minore commetteva un reato in concorso con un adulto, poteva essere giudicato da un tribunale ordinario invece che da un tribunale minorile, e questa è una norma che poi è stata abrogata, è stata poi eliminata. E questa può sembrare una cosa minima, in realtà è una cosa enorme, perché in realtà la giustizia minorile è una giustizia molto particolare, è una giustizia che mira al reinserimento, al recupero del ragazzo che ha commesso il reato. Quindi l’incarcerazione deve essere una misura estremamente residuale, tra l’altro questo l’abbiamo visto molto bene negli anni Settanta a Torino, dove i ragazzi finivano in carcere per nulla, poi venivano liberati, però intanto avevano fatto due o tre giorni in carcere minorile. E questo era tutt’altro che un’operazione indolore, perché aiuta a far sì che questi giovani poi alla fine interpretino la figura del deviante, quasi che si mettessero una medaglia, il passaggio al carcere minorile è un passaggio identitario anche da questo punto di vista. Io ricordo bene, ho fatto una ricerca nell’archivio del carcere minorile di Torino “Ferrante Aporti”, sugli arrestati nel 1979, erano gli ultimi faldoni disponibili, gli altri non erano più presenti all’interno della struttura, ed era impressionante vedere come gruppi di ragazzi venissero arrestati per aver rubato dei gettoni al Luna Park. E quindi fosse per me il carcere minorile lo eliminerei in toto. Bisogna assolutamente andare verso misure alternative e soprattutto lavorare di nuovo sulla prevenzione, per far sì che questi ragazzi non commettano questi reati, cercare di capire perché questi ragazzi si comportino in questa determinata maniera.
D: Lei pensa che questo DDL, o quelli che arriveranno dopo, potranno andare ad ostacolare il sistema di giustizia minorile, per come è pensato oggi, orientandolo verso una direzione più punitiva?
R: Sembra che l’indirizzo politico sia quello, poi ovviamente sta sempre al giudice che deve applicare la norma, a vedere in che modo applicarla, in che maniera; quindi, io credo che comunque il nostro sistema giudiziario minorile abbia questo tipo di sensibilità. È ovvio che però qualora si continui a cambiare la normativa, a un certo punto anche i margini di azione si restringono, nonostante tutta la buona volontà e sensibilità che i giudici possono avere.