Blenti Shehaj, presidente dell’Associazione Nazionale Mediatori Interculturali, ci spiega la mobilitazione straordinaria che sta scuotendo l’Albania e gli albanesi che vivono fuori dal loro paese.

Sono ormai più di cinquanta giorni che i cittadini albanesi scendono in piazza. Una protesta nata contro un controverso progetto turistico sull’isola di Sazan e nell’area protetta di Zvërnec, ma che nel tempo si è trasformata in una mobilitazione più ampia.
Oggi migliaia di cittadini chiedono maggiore trasparenza, un contrasto più efficace alla corruzione, riforme istituzionali e, per una parte del movimento, le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Una protesta che urla rivoluzione, che sogna una democrazia reale, che continua a crescere e che viene seguita con attenzione anche dalla comunità albanese di Torino.
I video delle manifestazioni scorrono sugli schermi nelle case e nei caffè di Aurora e Barriera dove si parla in albanese. Le immagini arrivano da Tirana: migliaia di persone in piazza, cori contro il governo, cartelli e bandiere. Per molti residenti del quartiere, però, non è una notizia come altre. Dall’altra parte dell’Adriatico vivono ancora genitori, fratelli, amici, parenti.
Secondo i manifestanti questo intervento rischia di compromettere un’area di grande valore ambientale, inoltre, manifestando contro il governo, si parla anche di costo di vita, stipendi, opportunità per i giovani, fiducia nella politica e corruzione.
L’Albania ha conosciuto anche in passato momenti di forte tensione politica, ma viene sottolineato come questa mobilitazione abbia caratteristiche differenti da quelle precedenti. Se molte proteste degli ultimi anni erano state organizzate da partiti dell’opposizione, questa è nata da associazioni, studenti, cittadini e ambientalisti, raccogliendo così un gruppo più ampio.
Tra le voci che hanno animato le piazze c’è anche quella dell’attore albanese Gent Bejko, che durante una manifestazione ha invitato i cittadini a rimanere uniti e a non lasciarsi dividere.
<<Mi si riempie il cuore quando vi vedo insieme, quando vedo dei cittadini uniti>>, ha dichiarato rivolgendosi ai manifestanti.
Nel suo intervento ha sottolineato la necessità di una maggiore partecipazione civile, lasciando un messaggio diretto:
<<Se non parliamo noi, chi parlerà?>>
Per Bejko, la protesta rappresenta anche il bisogno di un rinnovamento della generazione politica:
<<I nuovi leader nasceranno. Sono tra voi. Non saranno ereditati dal sistema precedente degli anni Novanta.>>
Parole che racchiudono uno dei sentimenti presenti nel movimento: la richiesta di un cambiamento che superi le divisioni politiche del passato.
Per chi vive a Torino, segue gli sviluppi, significa tenere un legame con le proprie radici.
A raccontare il punto di vista della comunità albanese torinese è Blenti Shehaj, presidente dell’Associazione Multietnica dei Mediatori Interculturali ETS di Torino, che vive in città da circa trent’anni.
<<Il legame con l’Albania è rimasto forte, sia a livello familiare e di amicizie, sia per il rapporto con le proprie radici, i ricordi con la propria identità>>: racconta Blenty Shehaj.
Guardando alle proteste di queste settimane, individua due sensazioni principali: sorpresa e speranza.
<<Per la prima volta è scesa in piazza una parte della popolazione che non era legata a nessun partito. Il movimento è nato da questioni ambientali, ma ha fatto emergere qualcosa di nuovo: una generazione di giovani sensibili all’ambiente e alla tutela del bene comune.>>
Secondo Shehaj, uno degli elementi più significativi è stato il coinvolgimento della diaspora albanese.
<<Per anni la diaspora albanese è stata accusata di non comprendere pienamente la realtà del Paese, ma questa volta la protesta ha creato un senso di unità. Anche a Torino la comunità ha partecipato con iniziative pubbliche, come la manifestazione in piazza Vittorio Veneto.>>
La comunità albanese torinese, presente sui territori di Barriera di Milano e Aurora, sta riscoprendo un senso di responsabilità collettiva:<<Contribuire a salvaguardare il proprio Paese.>>
Inoltre, sostiene che uno dei temi che ha contribuito maggiormente ad allargare la mobilitazione è quello del diritto di proprietà. <<In Albania è una questione irrisolta da decenni. Molti cittadini hanno la sensazione che la terra e i beni pubblici vengano progressivamente sottratti alla collettività, alimentando un forte senso di insicurezza e sfiducia.>>
<<Non siamo poveri, siamo stati rapinati.>> questo sintetizza il sentimento dei manifestanti.
Secondo lui, una delle differenze rispetto al passato riguarda anche gli strumenti a disposizione delle nuove generazioni. La corruzione ha alimentato negli anni un senso di sfiducia nelle istituzioni, ma questa mobilitazione dimostra che una parte della società, non è più disposta a rassegnarsi.
<<La “Gen Z” ha strumenti di conoscenza e comunicazione che sfuggono alla propaganda tradizionale. Inoltre, per molti anni gli albanesi non hanno potuto viaggiare, oggi invece possono confrontarsi con altre realtà e riscoprire la bellezza del proprio Paese.>>
Tra i giovani, racconta, circola uno slogan:
<<Alzatevi dal caffè.>>
Una metafora che invita a non rimanere spettatori, ma a impegnarsi attivamente nella costruzione del futuro del Paese.
Le opinioni rimangono diverse, ma l’idea comune è quella di vedere finalmente un’Albania coesa e che sia in grado di risolvere le criticità che ormai da anni distinguono il Paese.
Sostiene che, però, le proteste hanno già prodotto un primo risultato:<<hanno tolto alla vecchia politica il monopolio del dibattito pubblico e hanno messo in prima linea gli ambientalisti come difensori del bene comune>>, facendo così emergere la necessità di difendere ciò che appartiene a tutti.
Alla domanda su cosa direbbe oggi a un giovane albanese di vent’anni che pensa di lasciare il Paese, risponde:
<<Gli direi di viaggiare, di conoscere il mondo, ma senza negare di essere nato in un Paese che ha ancora molto da offrire. L’Albania ha una grande ricchezza naturale e umana. Serve una nuova generazione che abbia voglia di impegnarsi. I giovani sono fondamentali.>>
Per chi è partito anni fa, alla ricerca di un futuro migliore e con più possibilità, le immagini delle piazze di Tirana non rappresentano soltanto un fatto di cronaca, ma sono il riflesso di un Paese con cui il legame, nonostante gli anni e la distanza, rimane solido.
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