Come cambia un quartiere quando i muri iniziano a parlare e fanno alzare la testa a chi ci vive

In Barriera di Milano ci sono muri che ormai fanno parte del paesaggio quotidiano così presenti da diventare quasi invisibili.
Giganti in bianco e nero si alzano tra palazzi popolari, sopra le auto parcheggiate, sopra i tram che passano e le persone che attraversano il quartiere ogni giorno. Osservano la vita di Barriera dall’alto, in silenzio.
Nel tempo sono diventati pezzi di memoria urbana, punti di riferimento, frammenti di identità sparsi.
Da sempre Barriera è una delle zone più popolari e complesse di Torino. Ma camminando tra corso Palermo, via Cimarosa o piazza Bottesini emerge anche un’altra narrazione, più quotidiana e silenziosa, che passa direttamente dai muri della città.
Nel 2014 nasce B.ART – Arte in Barriera, un progetto di arte pubblica promosso dalla Città di Torino e dalla Fondazione Contrada Torino con l’obiettivo di riqualificare il territorio attraverso interventi artistici diffusi. A vincere il bando internazionale è Millo, street artist pugliese, con il progetto HABITAT: tredici grandi murales realizzati sulle facciate cieche del quartiere.
Le sue opere sono inconfondibili: corpi enormi in bianco e nero, inserite dentro scenari urbani complessi, con piccoli dettagli colorati che raccontano i momenti di vita quotidiana. I suoi personaggi sembrano muoversi dentro un labirinto fatto di palazzi, strade e automobili, ma in realtà parlano soprattutto della dimensione più intima dell’essere umano.
“La scelta di queste figure così grandi, fuori scala rispetto ai palazzi, nasce dal desiderio di creare un contrasto – racconta Millo -. I miei personaggi si muovono dentro un groviglio urbano in bianco e nero, ma vogliono rappresentare la nostra parte più intima, quella che spesso nascondiamo per difenderci dal caos quotidiano”.
La loro dimensione gigantesca non è solo una scelta estetica, ma un modo per ribaltare il rapporto tra persone e città: “Nel nostro habitat quotidiano, che ormai è quello urbano, troppo spesso ci sentiamo piccoli e impotenti. In un certo modo, cambiando la prospettiva, è come se ci riappropriassimo dei nostri spazi”.
Quando Millo è arrivato a Barriera di Milano ha trovato un quartiere complesso, ma pieno di energia: “La prima volta che ho visto Barriera ho percepito subito una fortissima energia, ma anche una complessità evidente. È un quartiere di frontiera, storico, un mosaico di storie di immigrazione vecchia e nuova”.
Il rapporto con il luogo era fondamentale: “Non volevo arrivare lì come un estraneo che colonizza uno spazio. Con Habitat volevo fare l’esatto contrario: volevo che le opere diventassero parte del tessuto sociale”.
Durante la realizzazione dei tredici murales il rapporto con gli abitanti è diventato parte integrante del progetto. “Quando passi ore e ore per strada, sospeso a mezz’aria diventi un elemento del paesaggio. La gente ti urla i pareri dai balconi, ti offre il caffè, ti chiede il significato del disegno. Ti rendi conto che l’arte diventa una scusa bellissima per accorciare le distanze tra sconosciuti”.
Questo è uno degli aspetti più importanti di Habitat: i muri non sono rimasti semplicemente superfici dipinte, ma sono entrati nella vita quotidiana del quartiere. “Volevo che gli abitanti sentissero quei muri come propri, come punti di riferimento della loro quotidianità”.
Scegliere un’opera a cui Millo è più legato non è semplice: “è difficilissimo sceglierne una sola, perché ognuna delle tredici opere è legata a un condominio, a un cortile, a un pezzo di vita di quelle settimane. Il legame più forte è con l’insieme, con la mappa invisibile che si è creata unendo i punti”.
Ma può davvero l’arte cambiare un quartiere?
Secondo Millo la risposta non è semplice: “Sono convinto che l’arte da sola non possa risolvere i problemi strutturali, economici o sociali di un quartiere. Sarebbe ingenuo pensarlo. Però l’arte ha un potere immenso: cambia la percezione dello spazio”.
Un muro grigio e anonimo può trasmettere abbandono; un muro che racconta una storia può modificare il modo in cui una strada viene vissuta. “Le persone iniziano a camminare a testa in su, si fermano a parlare, si sentono più fiere del posto in cui vivono. L’arte accende un riflettore, porta cura dove prima c’era disattenzione, e la cura chiama altra cura”.
A distanza di anni, il significato di questi murales continua quindi a cambiare insieme alle persone che li attraversano. C’è chi passa senza quasi più notarli, chi li usa come punto di riferimento, chi ancora ricorda quei muri prima che diventassero immagini.
Tra vent’anni Millo immagina un futuro semplice ma significativo: “Spero che la vernice possa essersi anche un po’ sbiadita per il tempo, ma soprattutto che quei murales siano diventati a tutti gli effetti monumenti del quartiere”.
Un bambino nato oggi a Barriera, tra vent’anni, potrebbe essere cresciuto con quei giganti davanti agli occhi, considerandoli parte della propria infanzia e della propria identità. “Spero che resti il senso di appartenenza e il ricordo di un momento in cui l’arte e la vita vera si sono toccate e scambiate un pezzo di strada insieme”.
Il vero valore è ricordare che ogni luogo è fatto di persone, storie, identità.