
Scendo le scale, vado in strada.
Mi aggiro in piazza Alimonda alla ricerca di qualcuno disposto a raccontarsi. Mi avvicino ad una giovane donna seduta su una panchina davanti alle altalene, accanto a lei siede un bimbo, il figlio presumo. I nostri sguardi si sono incrociati quando ho attraversato il confine dell’area giochi ed ho scelto di interpretarlo come un gesto di predisposizione nei miei confronti. Ho interpretato bene: mi sorride, mi dice che certo, può rispondere alle mie domande, e , sì, posso intervistare anche il bambino.
Si chiama Salma, ha 32 anni e due figli. Il più grande, seduto accanto a lei, ha 11 anni e si chiama Karim, la più piccola – Heba- ha 7 anni e gioca sullo scivolo.
Salma abita in Barriera di Milano da sette anni, prima abitava in Egitto e, con lei, i figli. Questo non me lo dice lei, ma Karim; infatti quando le chiedo dove abitasse prima di venire a vivere in Aurora mi dice “ sempre a Torino, ma in un altro quartiere”. Le chiedo che quartiere fosse e lei rimane in silenzio, un po’ imbarazzata, come non volesse farmi sapere che è immigrata, come avesse paura. Forse ne ha davvero. Teme che io possa usare queste informazioni contro di lei? Per denunciarla e gettarla nella gabbia dei leoni che è il nostro sistema d’accoglienza? Probabile. Ma Karim, poiché i bambini non mentono mai, la corregge: “prima di abitare qui abitavamo in Egitto, mio papà abita in Italia già da 14 anni, noi lo abbiamo raggiunto dopo”. Salma guarda il figlio come per riprenderlo, come avesse rivelato un segreto inconfessabile.
Proseguo con l’intervista; anche se vorrei lasciarli parlare senza seguire una traccia, permettendo ai loro pensieri – rabbie, paure, desideri- di emergere da soli.
Le chiedo come si trova a vivere in questo quartiere e Salma inizia a raccontare come se aspettasse questa domanda da tempo, e avesse già pronta la risposta da anni.
Infatti mi risponde come se le avessi chiesto “Come stai?”, e la vedo concedersi finalmente uno sfogo rispetto a tutto ciò che ha accumulato; va completamente fuori tema, ma non importa.
“Non c’è senso di comunità, nessuno mi aiuta. Devo fare tutto da sola e con i bambini piccoli non è facile. Mio marito lavora tutto il giorno ed è l’unico a lavorare in casa”. E’ arrabbiata mentre mi parla, di una rabbia mossa dalla disperazione, dalla frustrazione e dal senso di fatica che ogni giorno la accompagna. Salma non pensa di avere amiche nel quartiere, ad eccezione della sua vicina di casa, con cui chiacchiera e che spesso le regala piatti già cucinati e pronti per la tavola. Il nucleo familiare è l’unico su cui Salma sente di poter fare affidamento; ma non avendo parenti in Italia, non le rimane che il supporto del marito, e a lui il suo. La famiglia è la prima comunità di appartenenza, punto di partenza per una società più ampia: Salma riesce a trasmettermi tutta l’importanza e la forza che il legame familiare ha nella sua vita.
Mi racconta che le persone sono gentili nel quartiere, si trova bene a vivere qua, ma poi precisa: “ Mi è indifferente dove abitiamo, va bene vivere ovunque, basta vivere da qualche parte. Basta avere una casa”. Mi colpisce quello che dice, è un desiderio semplice, che dovrebbe essere un diritto: il diritto ad abitare, il diritto alla casa. Le chiedo se potesse avere qualcosa che non ha, cosa sarebbe, “ una casa grande, e bella, se possibile”. Salma vive con la sua famiglia in una casa da 40 metri quadri: una sola stanza in cui dormono tutti insieme e in cui si trova anche la cucina.
Karim mi dice che in casa sua “non riesce stare”, come se non avesse lo spazio sufficiente per crescere – cosa che forse, in effetti, non ha-. Non posso fare a meno di confrontare, nella mia testa, i lussi così semplici cui aspirano le persone che ho davanti, con i desideri di chi abita poco più lontano da questa piazza, verso il centro cittadino. Ecco, probabilmente altri abitanti di Torino avrebbero risposto “una casa al mare” oppure “viaggiare”. Tutte cose in più, nulla di necessario. Parlando con Salma e Karim, una cucina che sia solo cucina torna ad essere qualcosa di non scontato.
Dal lato opposto della piazza sono seduti due ragazzi: Omar e Sala.
Quando chiedo se posso intervistarli Omar si entusiasma subito. Ha 19 anni e vive in Barriera di Milano da quasi un anno; prima abitava in Sicilia, a Mazara del Vallo, in Provincia di Trapani. Si è trasferito a Torino per lavorare; appena arrivato si è iscritto a una scuola per elettricisti e, superato l’esame, si è affidato ad un’agenzia per trovare un impiego. Ora attende…
Sala rimane sulle sue, mi dice soltanto che ha 22 anni e al momento abita in comunità, per il resto lascia parlare l’amico e resta in silenzio.
Prima di venire in Italia, Omar abitava in Guinea, nella capitale Conakry. E’ partito da solo per cercare una vita migliore, ma ha mantenuto i contatti con la famiglia, che sente regolarmente al telefono.
Gli chiedo come si trova a vivere in questo quartiere. “Bene” mi dice, “ In Barriera di Milano abitano tantissimi immigrati, per cui si crea un senso di comunità tra chi proviene dallo stesso paese. Quando sono arrivato qui ho trovato subito una comunità.”. Omar dice di non essersi mai sentito giudicato in questo quartiere: le storie si assomigliano ed è difficile provare astio verso chi ti somiglia, nei confronti di chi capisci . Quando passa la polizia però, sì, si sente giudicato, ma “è normale” mi dice.
“Omar, secondo te perchè ci sono tanti poliziotti in Barriera di Milano?” gli chiedo. Mi guarda sorridente, come avessi fatto una domanda scontata: “ perché ci sono tanti stranieri, e sono tutti mischiati insieme… si litiga”. Ed è vero, ci sono tantissime culture che coesistono – e non sempre convivono- in questo quartiere. Sarebbe compito dei sistemi di accoglienza garantire l’integrazione pacifica; eppure, le persone si ritrovano ammassate, nelle case e per le strade, senza soldi e senza aiuto. Stanchezza e frustrazione accompagnano tutti i racconti che ho sentito, ma, d’altro canto, la speranza illumina gli occhi di tutte le persone con cui ho parlato.
Se Omar potesse avere qualcosa che non ha, vorrebbe avere un lavoro stabile e una casa sicura; se potesse chiedere un lusso sarebbe il tempo da passare con gli amici.
Mentre mi allontano dai giardini mi assale una forte tristezza, dovuta ad un senso di ingiustizia che quasi mi dispera. Aurora e Barriera vengono spesso raccontati come luoghi da temere, con problemi da risolvere. Ci si dimentica che sono popolati da persone che cercano, ostinatamente, di vivere una vita normale.
Risalgo le scale mentre comincia a fare buio. Dall’alto i giardini sembrano sempre gli stessi; eppure, ora, quei rumori che sentivo senza curarmene sono diventate storie.
Forse raccontare un quartiere significa proprio questo: imparare a restare abbastanza a lungo da capire che non si può trovare una verità unica: ce ne sono – solo- centinaia.