In occasione dei 25 anni di Amece alcuni esperti hanno affrontato il tema dello sport come diritto per le nuove generazioni di italiani

Tra i momenti di confronto organizzati per i 25 anni di Amece, il terzo panel ha offerto uno sguardo concreto allo sport e al gioco, alle pratiche capaci di costruire inclusione e rafforzare il senso di comunità. Un tema che attraversa generazioni e contesti, mettendo al centro il valore educativo delle esperienze condivise.
Dagli interventi è emerso come lo sport e il gioco possano diventare linguaggi universali, in grado di superare barriere culturali e sociali. Non solo attività ricreative, ma veri e propri strumenti di relazione, partecipazione e crescita, fondamentali per promuovere comunità coese e accessibili.
Ad aprire la riflessione è stato Stefano Mossino, presidente delComitato Regionale CONI Piemonte, che ha sottolineato l’importanza di promuovere modelli sportivi positivi, in grado di coniugare sviluppo personale e responsabilità collettiva.
Una prospettiva che invita a superare una visione individualistica per costruire un “noi” fondato sulla condivisione e sulla partecipazione.
Il tema della relazione è emerso come elemento centrale: lo sport, infatti, non è solo competizione, ma anche spazio di incontro, cooperazione e crescita. In questo senso il valore dello sport di base diventa fondamentale. Difendere le piccole realtà territoriali significa garantire a ciascuno la possibilità di esprimere la propria vocazione, creando al tempo stesso legami, amicizie e nuove generazioni di praticanti.
Un esempio concreto è quello del rugby integrato del CUS Torino, raccontato da Davide Vitolo, psicologo dello sport, dove il contatto fisico e la gestione dell’aggressività diventano strumenti educativi e relazionali, capaci di trasmettere valori e favorire l’inclusione.
Sulla stessa linea, Luca Dalvit, presidente UISP Torino, ha evidenziato come il gioco rappresenti un elemento essenziale per promuovere partecipazione e accessibilità, rendendo lo sport uno spazio aperto a tutti.
Il confronto ha però messo in luce anche alcune criticità. I rappresentanti del comitato di autogestione dell’impianto sportivo Regaldi hanno raccontato le difficoltà legate alla gestione degli spazi, tra carenze strutturali e limiti amministrativi. In questo contesto, l’autogestione diventa una risposta concreta per mantenere vivo lo sport di base e garantirne l’accesso.
Un nodo centrale riguarda proprio il rischio di esclusione: quando lo sport diventa inaccessibile, per costi o modelli troppo competitivi, perde la sua funzione sociale.
Come ricordato anche dal pensiero di Nelson Mandela, lo sport ha il potere di unire, ma solo se accompagnato da strumenti, risorse e politiche capaci di renderlo realmente inclusivo.
In questa prospettiva, emerge la necessità di ripensare il sistema sportivo, restituendo valore alla cooperazione e al rispetto reciproco, anche attraverso regole condivise e modelli educativi più attenti alla dimensione sociale.
Il panel si chiude con una visione chiara: sport e cultura non sono ambiti separati, ma diritti che aprono altri diritti, partecipazione, cittadinanza, appartenenza. Costruire comunità coese significa allora lavorare insieme, come una squadra, per garantire a tutti l’accesso e la possibilità di partecipare.