
Questo weekend si svolge TRIP, festival diffuso di arte contemporanea, design e architettura organizzato da Barriera Design District, diretto e curato da Lucrezia Nardi. Con il tema “Oltre”, il festival, giunto alla sua terza edizione, occuperà diversi luoghi di Barriera di Milano, tra cui i Docks Dora e vari edifici di via Cervino, via Cigna, via Baltea e via Sesia. Siamo andati quindi a conoscere Lucrezia Nardi, direttrice e curatrice del festival.
I: Domanda di rito. Chi è Lucrezia Nardi e qual è il suo legame con la città e nello specifico con il quartiere?
L: Sono nata e cresciuta a Torino, radicata nel territorio torinese, non propriamente di Barriera, se pure ormai sono stata adottata qui per ovvie motivazioni lavorative. Sono una curatrice di arte contemporanea e ricercatrice, ma soprattutto una docente universitaria in IAAD, in cui insegno e coordino un master da 8 anni.
I: Qual è, quindi, il suo legame con il quartiere? Lo vede come uno spazio per poter esprimere arte?
L: Innanzitutto, secondo me si parte da un’urgenza assoluta, che per me è fondamentale: dove c’è un vuoto, c’è una possibilità di creare qualcosa. E seppur Barriera non sia di per sé vuota, ci sono comunque tante realtà di ex industrie e spazi urbani che hanno riconfigurato la loro natura nel tempo e che forse avevano bisogno di essere raccontati. Questo perché abbiamo un nostra narrazione specifica di Barriera molto dark, molto legata alle fragilità di un quartiere che, invece, è di una sensibilità assoluta, nonostante e a causa delle ferite, delle problematiche, degli assestamenti dovuti a questioni socio antropologiche e politiche. E quindi il tema era, prima di tutto, quello di raccontare un luogo in cui si sono insediati tantissimi creativi, artisti e studi produttivi.
I: Il festival TRIP è organizzato da Barriera Design District. Iniziamo parlando di quest’ultimo.
L: Barriera Design District nasce nel febbraio del 2024, dall’idea e dall’intuizione di Gianluca Bocchetta, insieme a Ivano Viotto, quindi Velvet Studio, che volevano, in quanto radicati in Barriera sia come abitanti che come realtà produttive e creative, tracciare quello che era questa diversa narrazione. Successivamente subentriamo io e il resto del board, e intervengo in prima persona per provare a fare una programmazione culturale perché è quello di cui mi occupo io, proponendo quindi di fare una mostra curata in ogni location che costituisce la nostra associazione. Perché Barriera Design District non è solo un’entità, ma è un’entità che tiene insieme tante altre realtà.
I: Parliamo ora del festival, TRIP.
L: TRIP è innanzitutto un festival nomadico, che cambia la sua forma a ogni edizione ed è un’architettura temporanea, effimera, molto leggera. Leggera nel senso che ci sono mesi e mesi di lavorazione dietro e tantissime persone coinvolte, quest’anno circa duecento persone in effettivo soltanto nell’organigramma (n.d.r. tra cui, in particolare ci tiene a ricordare e ringraziare il suo assistente Matteo Melotto).
Nonostante il festival ogni anno cambi un po’, ci sono location fisse, che però ogni edizione vengono allestite in maniera completamente diversa. Basti pensare a Velvet Studio, Esperienze In Luce, Magazzini Tessili, dove si utilizza lo spazio come se anch’esso fosse un’opera. Io non chiedo mai a chi ci ospita di svuotare la location per noi e mettere una mostra canonica, ma la mostra diventa qualcosa che devi cercare all’interno di un’architettura preesistente, rendendo appunto l’approccio molto leggero in questo senso. Anche perché quello che credo io è che i festival culturali non devono disidratare un territorio, ma devono rinvigorirlo, essere sorgivi.
C’è, però, anche un altro tema, cioè quello che il nostro festival è completamente fuori dalle strutture finanziarie, e tutto quello che si può viene fatto in maniera community-based, una forma di scambio prima di tutto umano. Perché, se ci sono dei soldi, credo che essi debbano andare ad infrastrutture che rimangono, anziché per un’attività che breve che poi disidrata il territorio.
I: Quindi l’idea di avere un festival dislocato e in spazi aperti è un modo anche per connettersi maggiormente ai quartieri e renderlo più accessibile a tutti?
L: Esatto. La mia curatela, infatti, non lavora solamente sulla mia estetica e con la mia idea di arte contemporanea, magari più di nicchia, ma cerca di scegliere designer, artisti e una programmazione che copra qualsiasi fascia pensando che il pubblico non deve essere solamente quello dell’arte contemporanea o del design progettista iper specifico, ma sia il più variegato possibile.
I: Dal punto di vista architettonico, Barriera non ha quell’architettura sabauda ed elegante, tipica di Torino. La sua architettura post-industriale può avere un vantaggio per essere sfruttata a livello artistico e ha, quindi, una sua bellezza artistica?
L: Assolutamente sì, perché poi il tema ha uno storico importante in Italia, soprattutto al Nord, cioè quello dei luoghi produttivi che diventano luoghi produttivi di cultura. La fabbrica va via e gli spazi della produzione classica, della Torino industriale, diventano dei poli culturali. E quindi scopriamo come esse siano architetture di design incredibili, come nel nostro caso i Docks Dora, alcuni esempi di via Cervino, o pensiamo anche l’ex stabilimento INCET e tutto il blocco di EDIT sono elementi architettonici interessantissimi, molto più legati a una Torino distretto del design.
I: Due parallelismi tra Barriera e il festival. Il primo: l’inclusione necessaria nel quartiere e il tema di quest’anno “Oltre”. Ovvero andare oltre le diversità, abbracciare e includere quello che è diverso da noi.
L: Esatto, e aggiungerei che “andare oltre” è un po’ anche il lavoro che faccio, cioè aprire delle porte per trovare dei mondi dietro. Questo “Oltre” che continua a essere un po’ il tema delle tradizioni del festival, cioè questa idea, appunto, di andare oltre gli stereotipi sul quartiere, oltre le differenze, e poi anche un po’ oltre le apparenze delle cose. A volte ci si ritrova davanti una porta che sembra un po’ così vecchia e malconcia, e invece dietro ti trovi una realtà incredibile, fatta da esseri umani meravigliosi e io ho avuto la fortuna, in questi anni, di fare questa cosa. Il festival nasce proprio per dare agli altri la stessa fortuna e le stesse opportunità che ho io facendo il mio lavoro.
I: Secondo parallelismo. TRIP ci presenta tante forme d’arte diverse, una mostra eterogenea che ci presenta l’arte a 360°. Possiamo paragonarla alle diversità del quartiere, che lo caratterizzano e lo rendono speciale?
L: Assolutamente sì, per me è fondamentale il tema della transdisciplinarità ma anche della transgenerazionalità. Per questo qui ci sono artisti iper emergenti che guardano e strizzano l’occhio a pratiche decisamente più digitali e alla New Media Art, come anche ci sono pratiche che hanno uno storico differenziato che dipende anche dalle generazioni degli artisti e dei designer che portiamo.
E poi, in questo senso, vorrei sottolineare, con un po’ di orgoglio, come TRIP sia un po’ un unicum in fatto di mescolare arte e design, categorie solitamente e storicamente divise. Ecco, noi cerchiamo di capire che cos’è l’arte e come si lega alla progettazione di un piece unique.
I: Allargando la prospettiva, che ruolo può avere l’arte nella riqualificazione di un quartiere e dei suoi edifici?
L: Non voglio dire banalità, eppure credo proprio che la bellezza sia un seme che germoglia. Si dà la possibilità di uno sguardo molto diverso da quello del brutto assoluto o della disperazione assoluta, tipico a volte delle periferie urbane. Ovviamente non è questo che basta, però è un motore, l’arte e il design sono degli acceleratori, delle benzine che riescono a realmente connettere le persone, darci degli insegnamenti, strumenti didattici e sociali estremamente rilevanti.
I: Ultima domanda. Una parola o un’espressione per descrivere Barriera?
L: Barriera di Milano è un’esplosione di colori. È veramente una sorgente.