Gli spazi pubblici come i giardini Madre Teresa si configurano come un luogo di riconoscimento e affermazione identitaria, capaci di sottrarre molte persone che li attraversano da una condizione di spersonalizzazione e sospensione. Dipende dalla prospettiva con cui si guardano, si vivono e si raccontano. Secondo il sociologo Ray Oldenburg, che ha coniato la definizione di “terzo spazio”, questi luoghi di comunità stanno lentamente scomparendo, poiché svincolano dalle logiche di produzione e consumo. A partire dalla prospettiva dell’operatrice di prossimità Monica Fucini che opera sul territorio abbiamo provato a sviscerare la complessità che si cela dietro a questi spazi, andando oltre i pregiudizi e le narrazioni dominanti

Passeggiando accanto alla sede della Circoscrizione 7 di Corso Vercelli è possibile ricercare un momento di tregua dalla frenesia cittadina all’ombra di un albero dei giardini Madre Teresa di Calcutta. Molte parole sono state spese per descrivere questo parco: zona di spaccio e criminalità, spazio riqualificato, luogo di incontro e comunità, ambiente pericoloso tanto da richiedere una militarizzazione massiva.
Per comprendere meglio queste visioni così contrastanti tra loro proviamo per un momento ad allenare lo sguardo della complessità. Partiamo dal punto di vista di chi quello spazio lo attraversa quasi quotidianamente, ovvero le operatrici e gli operatori attivi sul territorio.
Monica Fucini è uno dei volti di questi “operatori della complessità”, poiché agiscono in situazioni non sempre facili — e non sempre sufficientemente supportati dalle istituzioni — ma anche perché sono figure professionali capaci di vedere al di là delle dicotomie. Monica mi racconta che, come operatrice di prossimità, uno dei suoi obiettivi all’interno di numerosi spazi pubblici, tra cui i giardini Madre Teresa, è proprio quello di conoscere le persone che frequentano questi luoghi: “La prima cosa fondamentale è il riconoscimento dell’altro, l’esistenza dell’altro, l’altro lo riconosci salutandolo.” Riconoscere e vedere l’altro, quindi, permette di farlo uscire da quella condizione di trasparenza e invisibilità nella quale è possibile che si trovi. Secondo l’operatrice, questa invisibilità è spesso correlata ad uno stato di immobilità latente: “Il non essere visti ti mette in uno stato di stand-by, di quiescenza vuota, dove tu stesso sei spersonalizzato e non riesci più a formulare nessun progetto, anche molto banale. C’è questo stato di fermo, di pausa, che agisce su di te, dove molte persone vanno alla ricerca anche di un torpore artificiale, io lo chiamo così, e poi si crea la dipendenza. Per cui si parla di alcol, di sostanze, di medicine.”
Intessere una relazione significativa, perciò, richiede alcuni ingredienti fondamentali: tempo, costanza, ma soprattutto pazienza. È necessario seguire un approccio lento, che lasci all’altro il tempo necessario per aprirsi ed eventualmente condividere i propri bisogni, ai quali l’operatrice cerca di far fronte attraverso la rete dei servizi. I giardini, i parchi, le piazze con le panchine, si configurano come luoghi ideali per l’incontro, lo scambio e gli interventi educativi e di comunità.
Questi spazi pubblici sono riconducibili al concetto di “terzo spazio”, espressione coniata dal sociologo Ray Oldenburg per descrivere tutti quei luoghi informali e comunitari alternativi alla casa e all’ambiente lavorativo. Un’ulteriore caratteristica che li contraddistingue è l’assenza delle logiche della produzione e del consumo: si tratta di spazi accessibili e gratuiti, all’interno dei quali viene intrecciato un vero e proprio tessuto sociale. Secondo il sociologo, tuttavia, stiamo assistendo ad una lenta erosione di questi luoghi, che stanno venendo sostituiti da grandi centri commerciali, supermercati e catene di fast food, o che vengono semplicemente chiusi al pubblico per questioni di “pubblica sicurezza”.
Come evidenzia l’operatrice Monica, gli stessi giardini Madre Teresa hanno rischiato e rischiano tuttora di subire lo stesso destino: “I giardini pubblici sono ormai diventati quasi gli unici spazi liberi, liberi nel senso che ormai c’è solo più un discorso di spazi privati, cioè i dehor, i locali. Quindi tu per incontrare qualcuno devi andare a consumare”. La scomparsa o la mala gestione di questi luoghi equivale alla cancellazione di spazi di riconoscimento e affermazione identitaria, fondamentali per coloro che ricercano o ritrovano una comunità, che può essere composta da compaesani, ma anche da volti che da sconosciuti diventano presto familiari.
E la questione della sicurezza? In questa analisi della complessità bisogna considerare la presenza di vissuti e situazioni altrettanto complessi che gli operatori o i volontari non sempre riescono e possono fronteggiare da soli. Una risposta a questa percezione diffusa che si è rivelata efficace in molti di questi spazi è l’attivazione della comunità, che inizia a porsi delle domande e mobilitarsi per capire come fronteggiare i problemi e rispondere ai bisogni dei cittadini stessi.
Secondo Monica: “La coscienza di gruppo e la coscienza di cittadino è che io vivo qua, sono qua, se voglio in qualche maniera che le cose cambino a volte basta poco, basta cominciare a fare, a mettersi in un gruppetto. Vedo che ci sono sempre più gruppi di persone che in maniera anche molto puntuale si prendono in carico un tema, come la sporcizia, la presenza di rifiuti ingombranti, l’utilizzo scorretto dei marciapiedi. Quindi ci sono sempre più persone che stanno ragionando e stanno pensando di agire in maniera diretta in prima persona e quindi creano gruppo“. Per Monica lavorare in gruppo rafforza il senso di comunità: “Ovviamente il gruppo dà la forza, prima di tutto non ti senti solo, poi c’è un discorso di comunicazione con la pubblica amministrazione o con chi ha la responsabilità di tenere pulito un posto, di svuotare i cassonetti, di mettere dei cassonetti chiusi per evitare che le persone usino le bottiglie come armi improprie”. Ma la sfida per tutti resta capire i bisogni delle persone che frequentano il giardino: “Bisogna chiedersi ma quello che sta sdraiato lì tutto giorno, perché lo fa? Che cosa gli sta succedendo?” E poi provare a riportare a tutti uno sguardo diverso da cui osservare la questione: “Ci sono sempre più persone che si stanno attivando, e avviene esattamente nei quartieri dove queste nuove comunità vivono e hanno cominciato a dire sì, il problema c’è, ma non è nella narrazione che sento, è un altro, che non è dentro il mainstream, che comprende le narrazioni illogiche, false.”
Quando la comunità si attiva, perciò, è capace di generare un enorme cambiamento. Ma a questo difficile esercizio di complessità manca un ultimo tassello: quello della collaborazione tra enti pubblici ed enti del terzo settore, che spesso si ritrovano con un sovraccarico lavorativo ed emotivo difficile da gestire. Per preservare questi spazi capaci di sottrarre molte persone dalla propria condizione di invisibilità è necessaria una presa di responsabilità da parte di tutte le realtà coinvolte nel loro mantenimento e servizi che possano durare nel tempo.