Dal termine “maranza” al nuovo decreto sicurezza: cosa succede quando una parola smette di raccontare un fenomeno e inizia a influenzare il modo in cui guardiamo un’intera generazione? Un confronto con l’antropologa culturale Silvia Zaccaria.

Negli ultimi mesi il termine maranza è uscito dai social, dalla trap e dal linguaggio giovanile per entrare nel dibattito pubblico e politico. Oggi compare nei titoli dei giornali, nelle dichiarazioni istituzionali e perfino nel modo in cui viene raccontato il nuovo decreto sicurezza.
Ma cosa succede quando una parola smette di limitarsi a descrivere un fenomeno e inizia, invece, a influenzare il modo in cui guardiamo le persone?
Prima di affrontare il tema dell’etichetta e del suo impatto, vale la pena fermarsi su una domanda fondamentale: che cosa intendiamo davvero quando diciamo “maranza”?
Su questo aspetto Silvia Zaccaria ha dedicato un approfondimento nell’articolo «Non sono un cocco di mamma», in cui ricostruisce l’evoluzione del termine, il rapporto con le seconde generazioni, la cultura trap e il fenomeno delle cosiddette baby gang. Un passaggio prezioso per comprendere il contesto da cui nasce la riflessione che segue.
Nel confronto che abbiamo avuto, però, ho scelto di spostare lo sguardo. Non tanto sulla nascita della parola, quanto su ciò che una parola può fare. Perché un’etichetta non è mai soltanto un’etichetta: cambia il modo in cui gli altri ci guardano, ma può cambiare anche il modo in cui impariamo a guardare noi stessi.
Silvia Zaccaria è un’antropologa culturale. Dal 2008 si occupa di migrazione, ricongiungimenti familiari, minori stranieri non accompagnati, seconde generazioni e ragazzi inseriti nel circuito penale minorile. Prima ancora ha lavorato a lungo all’estero. Il suo punto di vista nasce dall’incontro quotidiano con persone, non da categorie astratte.
«Tutte le etichette sono pericolose», mi dice. «È innanzitutto un approccio del mondo adulto non improntato all’ascolto, ma a decidere senza ascoltare il mondo dei giovani, utilizzando il linguaggio come strumento di potere, di controllo e di classificazione.»
È una riflessione che sposta il piano della discussione. Perché se una parola serve prima di tutto a classificare, allora il problema non riguarda soltanto chi viene etichettato, ma anche chi sceglie di utilizzare quella definizione.
Negli ultimi anni maranza è diventato molto più di una parola. È un contenitore dentro cui finiscono ragazzi diversissimi tra loro, accomunati da un modo di vestire, da una playlist, da un quartiere o, troppo spesso, dalle proprie origini. Nell’immaginario collettivo l’associazione tra maranza e ragazzo straniero o di seconda generazione è diventata quasi automatica, nonostante gli studi raccontino una realtà molto più complessa.
«C’è la volontà di identificare un capro espiatorio nei giovani di seconda generazione stranieri, quando gli ultimi studi dimostrano che le bande giovanili sono costituite in maggior parte da italiani.»
Nel corso dell’intervista emerge una preoccupazione: che il dibattito pubblico stia parlando sempre meno dei giovani e sempre più dell’immagine costruita attorno a loro.
Eppure sono proprio quei ragazzi a riempire scuole, università, associazioni, manifestazioni, spazi di volontariato e quartieri. Sono una parte sempre più significativa del Paese, ma il loro racconto pubblico continua spesso a coincidere con quello della cronaca nera.
La domanda allora cambia.
Non è più soltanto come contrastare la criminalità minorile.
Ma perché una generazione finisca per essere raccontata quasi esclusivamente quando sbaglia?
Secondo Zaccaria, questo meccanismo nasce anche dalla difficoltà dell’Italia di confrontarsi con il cambiamento.
«È tipico dei Paesi in crisi reagire con la paura. Non è soltanto paura della criminalità, ma paura di una trasformazione sociale. L’Italia è un Paese di vecchi, arroccati nelle proprie certezze e nei propri privilegi, che fatica ad accettare il cambiamento.»
In questa paura, aggiunge, le seconde generazioni rischiano di diventare il bersaglio perfetto. Non perché rappresentino davvero il problema, ma perché sono ciò che rende più evidente una società che sta cambiando.
Eppure, racconta, lavorando con loro ha trovato spesso l’opposto dell’immagine che domina il dibattito pubblico.
Ha trovato ragazzi profondamente legati alla famiglia, al rispetto degli adulti, alla cura dei legami. «Secondo me sono portatori di valori», afferma, ribaltando una narrazione che troppo spesso li descrive soltanto come un rischio.
Da qui anche la riflessione sul nuovo decreto sicurezza.
Al di là dei singoli provvedimenti, la preoccupazione riguarda soprattutto gli effetti culturali che possono produrre. Se una parte della società si sente raccontata soltanto come un problema, il rischio è quello di aumentare la distanza tra quei ragazzi e le istituzioni, alimentando sfiducia invece che appartenenza.
Per questo, ricorda Zaccaria, la giustizia minorile italiana rappresenta ancora oggi un modello.
«Mette al centro il minore, i suoi bisogni, la sua fase evolutiva, le opportunità di riscatto. Accompagnarli a rinascere piuttosto che punirli. Accompagnarli, non punirli.»
Una giustizia che prova a conoscere la persona prima del reato, invece di ridurla al reato stesso.
Ma nessun tribunale, da solo, può sostituire ciò che manca prima.
Durante la nostra conversazione torniamo più volte sul ruolo degli educatori, delle opportunità e degli spazi di aggregazione. Non come soluzione magica, ma come luoghi in cui un ragazzo può incontrare adulti capaci di ascoltare prima ancora che giudicare.
Le chiedo allora di quale spazio abbiano bisogno oggi i giovani.
Sorride. «Secondo me non è ancora stato inventato. Me lo immagino come un contenitore di dialogo, uno spazio che vi rappresenti e vi permetta di essere voi stessi. Per assurdo oggi forse sono le strade, dove succedono tante cose, nel male ma anche nel bene.»
Prima di salutarci le faccio un’ultima domanda: come vede i ragazzi che incontra da anni nel suo lavoro?
La risposta arriva senza esitazioni.
«Io parlo perché vi conosco. Chi usa queste etichette è perché non vi conosce. Ho imparato molto grazie a voi. Mi avete resa una professionista migliore, ma soprattutto una persona migliore. Siete linfa vitale. Vorrei soltanto che più persone potessero conoscervi davvero.»
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire.
Perché una parola può descrivere una realtà. Ma quando smette di raccontarla e comincia a sostituirla, il rischio non è soltanto quello di capire meno un fenomeno.
È quello di smettere di vedere le persone.