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“Non chiediamo la luna”: se la retorica securitaria ignora la complessità delle periferie

Il miraggio delle risposte semplici: tra cortei di quartiere e l’etichetta di “no-go zone”, Aurora e Barriera di Milano si interrogano sulle radici profonde del disagio urbano.

L’esasperazione di chi abita e attraversa un territorio segnato da profonde contraddizioni sociali è un dato reale, legittimo e insindacabile. La richiesta di poter vivere in un quartiere sicuro, pulito e illuminato rappresenta il punto di partenza della mobilitazione promossa questo mese dal comitato “Quelli di Barriera”, che ha organizzato un corteo per denunciare gli episodi di criminalità tra le vie di Barriera di Milano e Aurora.

L’obiettivo della protesta incarna un desiderio universale: la ricerca di un ambiente urbano dignitoso. Tuttavia, è proprio nell’analisi della narrazione e degli slogan scelti dai promotori che emergono i limiti di un approccio che rischia di restare confinato alla superficie del problema.

La comunicazione della mobilitazione presenta la sicurezza e il decoro come traguardi concreti e raggiungibili, quasi che il loro conseguimento dipendesse principalmente da un rafforzamento dei controlli o da interventi tempestivi. È un’impostazione che rende il problema facilmente identificabile e, sul piano comunicativo, altrettanto facilmente risolvibile. Tuttavia, quando il disagio urbano affonda le proprie radici in fragilità sociali, educative ed economiche, il rischio è che l’attenzione si concentri sugli effetti più visibili senza riuscire a incidere sui meccanismi che li producono.

A definire la fisionomia culturale e generazionale della mobilitazione concorre anche la scelta dei canali digitali. La presenza del comitato si concentra prevalentemente sulle bacheche di Facebook, una piattaforma che storicamente intercetta una popolazione adulta e radicata nel quartiere, tradizionalmente più legata alla forma dei comitati spontanei e attenta ai temi della sicurezza e del decoro urbano. Questa impostazione comunicativa, se da un lato consolida il dialogo con i residenti storici e risponde a una reale esigenza di coordinamento locale, dall’altro evidenzia una maggiore difficoltà nel raggiungere le fasce più giovani, che oggi utilizzano piattaforme, linguaggi e modalità di partecipazione differenti.

Si delinea così una coesistenza di canali e sensibilità diverse all’interno dello stesso territorio: una pluralità di sguardi che condividono gli stessi spazi urbani, ma che raramente trovano occasioni di confronto reciproco.

Un approccio incentrato prevalentemente sulla risposta securitaria tende inevitabilmente a privilegiare ciò che è più immediatamente percepibile. La criminalità di strada non nasce nel vuoto, ma rappresenta spesso l’ultimo anello di una catena di fragilità: l’abbandono scolastico, il digital divide che esclude intere famiglie dai codici della contemporaneità, l’isolamento sociale e la cronica assenza di spazi di aggregazione. Laddove il tessuto sociale si indebolisce, la marginalità tende inevitabilmente a occupare lo spazio lasciato vuoto. Per questo motivo, aumentare il numero di divise senza intervenire anche sulla desertificazione educativa e sulle opportunità di riscatto offerte alle nuove generazioni rischia di produrre risultati limitati nel lungo periodo.

Ma la realtà territoriale smentisce il mito del ghetto isolato. Aurora e la prima Barriera non sono quartieri lontani o separati dal resto della città: sorgono a pochi minuti di tram dal centro storico e condividono con esso una continuità urbana che rende ancora più evidente il paradosso delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche che li attraversano. Non si tratta di zone franche sottratte alla presenza dello Stato, ma di territori complessi, in cui la distanza più marcata non è quella geografica, bensì quella delle opportunità, delle condizioni di vita e dell’accesso alle risorse.

Il confronto che emerge sul territorio non è dunque tra chi desidera maggiore sicurezza e chi la considera irrilevante. La richiesta di vivere in un quartiere più sicuro è legittima e condivisibile. Il nodo riguarda piuttosto il modo in cui tale obiettivo viene perseguito. Le misure di controllo possono rappresentare una risposta nell’immediato, ma difficilmente risultano sufficienti se non accompagnate da interventi capaci di incidere sulle condizioni che alimentano la marginalità. In quartieri complessi come Aurora e Barriera di Milano, la sicurezza non dipende soltanto dalla presenza delle istituzioni nello spazio pubblico, ma anche dalla loro capacità di investire nel tessuto sociale, educativo e culturale, creando condizioni che rendano il territorio meno vulnerabile al disagio e alla devianza.