In Qua

Dai pianti nel salotto di una casa in Marocco alle strade tornate a riempirsi di palloni: il racconto di una sconfitta che non ha spento l’orgoglio di un popolo.

Ieri sera Casablanca si è fermata. I negozi hanno abbassato le serrande ore prima del fischio d’inizio e le strade, di solito vive, aspettavano soltanto la partita.

Ieri sera ero in Marocco, sdraiata su un letto disfatto, circondata dai miei cugini Amira, Ziyad, Ryad, Lotfi e Adam. Intorno a noi c’erano i miei zii, tutti con gli occhi incollati allo schermo e il fiato sospeso a ogni azione.

Dal secondo gol in poi ho stretto forte i bambini, cercando di asciugare le loro lacrime, mentre provavo a trattenere le mie. Quando l’arbitro ha fischiato per tre volte, in quella stanza è calato un silenzio che somigliava terribilmente a un lutto.

Poi ho alzato lo sguardo e ho capito che quello stesso silenzio era sceso anche fuori da quella casa.

Abbiamo pianto noi, ma hanno pianto anche milioni di marocchini. A Casablanca, a Marrakech, a Tangeri, ma anche a Parigi, a Bruxelles, a Torino. Sconosciuti stretti nello stesso abbraccio, senza bisogno di traduzioni, ripetendosi per trovare conforto che “i Leoni d’Atlante si sono fatti rispettare“. Anche gli adulti, quelli che di solito guardano il mondo con occhi più pragmatici e disillusi, ieri sera si sono lasciati toccare il cuore nel profondo.

È stato un colpo durissimo perché questo Mondiale non era solo calcio. Era la cura per ferite vecchie e nuove. Per noi adolescenti, soprattutto per chi è cresciuto in terra straniera, il 2022 è stato un punto di non ritorno. Per molti di noi, fino ad allora, c’era quasi un velo di timidezza nel dire ad alta voce “sono marocchino”. Poi, all’improvviso, tutto è cambiato: è cresciuta a dismisura la nostra fierezza. Quel Mondiale ha dato visibilità e orgoglio a una comunità che troppo spesso si è sentita raccontata solo attraverso stereotipi. Ha dato una voce nuova e ha fatto innamorare di questa maglia persino chi, magari per colpa del bullismo, lo sport aveva imparato a odiarlo. Sentirsi strappare quel sogno a un passo dal traguardo ha bruciato come una ferita aperta.

Poi, però, è successo qualcosa.

Sono bastati quindici minuti. Solo un quarto d’ora per capire che quelle lacrime, nei cuori dei più piccoli, non erano una resa. Erano una promessa.

I bambini sotto i 10 anni non hanno memoria del Marocco di prima. Sono cresciuti vedendo la propria Nazionale fare cose grandi, abituati a guardare il mondo dritto negli occhi, senza complessi di inferiorità. Per loro la grandezza è la normalità. Ecco perché la loro reazione è stata così forte, così fiera.

Mentre noi eravamo ancora lì a fissare il vuoto, fuori è ricominciato il rumore. Il rumore più bello del mondo. Quegli stessi bambini che stringevamo tra le braccia poco prima sono tornati in strada. Non hanno aspettato che passasse la delusione. Hanno preso un pallone e hanno ricominciato a giocare. Chi con un pallone perfetto, chi con una palla sgonfia, chi prendendo a calci un oggetto trovato per caso. Ma tutti con la stessa identica cosa addosso: la maglia della Nazionale.

Vederli correre e ridere appena quindici minuti dopo aver pianto mi ha ricordato che non abbiamo perso nulla. Ieri sera è finita una partita. Ma se, un quarto d’ora dopo il fischio finale, le strade erano già tornate a riempirsi di bambini con un pallone tra i piedi e la maglia del Marocco addosso, allora il sogno dei Leoni d’Atlante non è stato sconfitto. Ha semplicemente cambiato campo: dall’erba dello stadio all’asfalto delle nostre strade.