Dalla caduta del regime di Ceaușescu alle storie delle famiglie rumene in Italia: il racconto di una comunità che oggi conta oltre 1,5 milioni di residenti.

La prima grande comunità di rumeni in Italia risale agli anni successivi al 1990, dopo la caduta del regime di Nicolae Ceaușescu.
I motivi iniziali erano soprattutto economici: dopo la fine del regime aumentò la disoccupazione e gli stipendi non erano sufficienti per garantire una vita dignitosa. Per questo motivo molte persone iniziarono a lasciare la Romania per trasferirsi in altri Paesi, tra cui l’Italia, dove il mercato del lavoro offriva ampie opportunità di inserimento, soprattutto nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e del lavoro domestico e di cura.
Oggi, in Italia, la comunità rumena conta oltre 1,5 milioni di residenti stabili.
Tra questi ci sono anche molti giovani di seconda generazione, figli di genitori rumeni ma nati in Italia, pienamente inseriti nel sistema scolastico e con un’identità che si divide tra due Paesi e due culture diverse, comprese la religione e le tradizioni.
Molti di noi, infatti, spesso non si sentono completamente né italiani né rumeni.
Noi giovani, inoltre, siamo purtroppo abituati al razzismo, anche se non dovrebbe mai essere normale. Ci capita di sentirci dire frasi come “rumeni del cazzo”, “zingari”, “rubarame” e molti altri insulti che, per un ragazzo, sono come piccoli tatuaggi invisibili, segni che rimangono per tutta la vita. Anche se i nostri genitori cercano di proteggerci e di non farci stare male, quelle parole comunque restano per sempre una ferita.
Nella foto dell’articolo si ritrae la mia famiglia, la famiglia Neculau, una delle ultime foto, prima che iniziasse l’immigrazione, in Italia e in molti altri paesi del mondo.
Per capire come viene vissuta questa doppia identità, ho chiesto ad alcune persone della famiglia e ad altre della comunità a Torino: “Ti senti più rumeno, italiano o nessuna delle due cose?“
Mia nonna mi ha risposto: “Mi sento sia italiana che rumena, perché metà della mia vita l’ho vissuta in Romania e metà qui in Italia.” Mia madre, invece, mi ha detto: “Nessuna delle due. La Romania è casa mia e ci tornerei a vivere, ma lì non avrei le opportunità che ho trovato in Italia, che non è completamente la mia nazione visto che sono venuta qui a 16 anni.”Il mio migliore amico Gabriel mi ha raccontato di sentirsi più italiano, mentre Flori mi ha spiegato di sentirsi italiana anche se in Romania ha i suoi nipotini.
Essendo inserita nella comunità rumena, conosco molte storie di migrazione, tra cui quella dei miei nonni.
Il primo ad arrivare in Italia fu mio nonno, che partì dalla Romania a piedi insieme ad altre persone. All’inizio non aveva nemmeno il permesso di soggiorno e non conosceva la lingua italiana. Faceva il meccanico e, dopo meno di tre mesi, riuscì a trovare lavoro in un’officina.
Successivamente arrivò anche mia nonna. La prima volta venne respinta, ma non si arrese. Riprovò e riuscì ad arrivare a Torino grazie a un visto per un’escursione in Spagna. Decise però di fermarsi a Torino, lasciando temporaneamente in Romania la loro unica figlia. Dopo circa un anno riuscirono a ottenere il ricongiungimento familiare, permettendo anche a lei di raggiungerli a 16 anni e iniziare una nuova vita in Italia. Naturalmente non sono mancati il razzismo e la discriminazione, ma mia madre è riuscita comunque a costruirsi una vita migliore. La loro, però, non è l’unica storia che conosco. C’è anche Flori, un’amica di famiglia che oggi lavora con mia madre. Arrivò in Italia nel 2014 e lavorò per alcune settimane a Foggia. Successivamente riuscì a restare grazie all’aiuto della figlia della famiglia che l’aveva accolta, che la sostenne anche nella ricerca di un lavoro. I soldi che guadagnava li mandava in Romania alla sua famiglia, dove vivevano ancora i suoi figli. In quel periodo scoprì anche di essere stata tradita, ma riuscì ad andare avanti. Oggi sta meglio, i suoi figli lavorano e lei è felice di vedere che i sacrifici fatti sono stati ripagati.
Ma queste sono soltanto alcune storie. Tra oltre 1,5 milioni di rumeni c’è chi ha pagato tutto quello che aveva per arrivare in Italia, chi ha avuto fortuna e chi, invece, non l’ha avuta e oggi vive ancora in condizioni di grande difficoltà.
Per me, però, questa comunità, fatta di storie di rinascita e sacrificio, mi ha sempre riempito il cuore di coraggio. Come molti giovani di seconda generazione, vogliamo fare di più per ripagare i sacrifici dei nostri genitori, dei nostri nonni o anche di una sola mamma o di un solo papà che hanno lasciato il proprio Paese per costruire un futuro migliore. Molte volte, però, le persone giudicano un’intera comunità senza conoscerne la storia e i sacrifici fatti per arrivare fin qui.
I rumeni sono, ancora oggi, ingiustificatamente, etichettati come persone che commettono reati, pericolosi e violenti.
La vera domanda è: perché giudicare un’intera comunità per i reati commessi da alcune persone? Non siamo tutti uguali. La nostra comunità non ha reagito mai ufficialmente a questa discriminazione ma ha continuato a lavorare molto e onestamente per il proprio bene e per il bene dell’Italia. Può sembrare chiusa, ma chi la conosce sa che, quando qualcuno ha bisogno, gli altri cercano sempre di aiutarlo, anche quando hanno poco. Siamo tutti esseri umani e non dovremmo odiarci per gli errori di singole persone. Le azioni di uno non rappresentano un’intera comunità. Dietro ogni famiglia rumena ci sono storie diverse, ma quasi tutte hanno in comune sacrificio, coraggio e la speranza di costruire un futuro migliore.