Storie di giovani, fragilità e persone che restano per aiutare e insegnare a volare di nuovo

Nel mio precedente articolo iniziavo con una riflessione: “Non li capiamo davvero: i giovani di seconda generazione di Barriera di Milano vivono tra identità diverse“. Ma esiste qualcuno che questi giovani li ascolta davvero, li comprende e li sostiene.
Una di queste persone è frate Luca, frate della parrocchia Madonna di Campagna. Oltre alla sua vita religiosa e all’oratorio, dove anch’io svolgo il ruolo di animatrice, da anni è impegnato con il gruppo “Maangi fi“, che opera nei quartieri di Barriera di Milano e Aurora. Il loro obiettivo è semplice ma prezioso: stare accanto alle persone senza pretese, offrendo ascolto, sostegno e presenza. Oggi il gruppo sta anche pensando di estendere il proprio impegno ad altri quartieri in difficoltà.
Per questo ho deciso di intervistare Frate Luca, durante le molte attività che svolgiamo insieme.
Una delle prime domande che gli ho posto è stata: “Perché proprio Barriera di Milano e Aurora?“
Frate Luca mi ha raccontato che tutto è iniziato quasi per caso. Un giorno, mentre passava lungo il fiume nel quartiere Aurora, un ragazzo lo ha chiamato. Da quell’incontro è nato un percorso che lo ha portato, successivamente, anche a Barriera di Milano. È stato vivendo questi quartieri che ha capito di poter fare qualcosa e di poter essere una presenza per chi spesso si sente solo o dimenticato.
Secondo lui, Barriera e Aurora sono quartieri con grandi potenzialità. Certo, esistono problemi e difficoltà, ma dal punto di vista giovanile sono quartieri molto vivi, pieni di ragazzi e quindi anche di opportunità. “C’è un futuro“, mi ha detto, “e non è un futuro morto“.
Gli ho chiesto come vede i giovani di oggi. Mi ha risposto che, come tutti, anche i ragazzi commettono errori. Tuttavia, gli sbagli dei giovani vengono spesso messi molto più in evidenza rispetto a quelli degli adulti. Nonostante ciò, crede profondamente nelle nuove generazioni e nelle loro capacità di costruire qualcosa di bello.
Una domanda che mi sono sempre posta riguarda invece la paura verso i giovani stranieri. Perché tante persone hanno paura di noi?
Frate Luca mi ha spiegato che questa paura esiste da sempre. In passato erano i ragazzi arrivati da altre città italiane, come Asti o Genova, a essere guardati con sospetto quando giungevano a Torino in cerca di lavoro. Già allora don Bosco si prendeva cura dei giovani che vivevano per strada.
Spesso, mi ha detto, chi è diverso viene percepito come il responsabile dei problemi della società, soprattutto quando non ha gli strumenti per difendersi. A questo si aggiungono intolleranza, pregiudizi e marginalizzazione, che creano ulteriore distanza tra le persone.
Gli ho poi chiesto cosa pensa di chi giudica gli altri. La sua risposta mi ha colpita molto: spesso il giudizio nasce dal bisogno di proiettare sugli altri le proprie delusioni, i propri fallimenti e le proprie paure. Allo stesso tempo, gli dispiace vedere che molti giovani faticano a riconoscere i sacrifici compiuti dalle generazioni precedenti per offrire loro maggiori opportunità.
Durante la nostra conversazione è emersa anche un’altra riflessione importante: paradossalmente, chi vive già situazioni di difficoltà spesso è più disposto ad accettare aiuto, mentre chi possiede di più tende a fare più fatica a chiedere sostegno. Frate Luca mi ha anche raccontato una storia che lo accompagna ancora oggi. Per tutelarne la privacy chiamerò il protagonista “Alfred”, un nome di fantasia. Mentre frate Luca stava aiutando un’altra persona in difficoltà, Alfred iniziò a provare gelosia, sentendosi messo da parte. Questo episodio gli ha fatto capire quanto, soprattutto in contesti segnati dalla solitudine, dalle fragilità o anche dalle dipendenze, il bisogno di attenzione e di relazioni autentiche sia profondo. È una storia che porta ancora con sé e che gli ricorda quanto sia importante non lasciare indietro nessuno.
Grazie a frate Luca ho scoperto tante storie e, ogni volta che abbiamo parlato, mi ha lasciato una lezione. Oggi, grazie a lui, ho capito che esistono persone capaci di prendere quelle ali che troppo spesso vengono spezzate o tagliate ai giovani immigrati o figli di immmigrati e di aiutarci a ricostruirle. Persone che ci ricordano che noi siamo il futuro e che, quando abbiamo bisogno di aiuto per rialzarci, ci sono, ci sostengono e ci insegnano di nuovo a volare.