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NUOVE GENERAZIONI E PLURILINGUISMO: OLTRE LE PAROLE E I PREGIUDIZI

In occasione dei 25 anni di Amece alcuni esperti hanno affrontato il tema del plurilinguismo per le nuove generazioni di italiani

Il 23 aprile Amece ha celebrato i suoi 25 anni di attività, un traguardo che racconta un percorso fatto di relazioni, impegno e costruzione collettiva.

Amece è un’associazione che opera sul territorio promuovendo inclusione, dialogo interculturale e percorsi educativi condivisi, coinvolgendo scuole, famiglie, istituzioni e realtà associative.

In occasione di questo anniversario, il convegno organizzato da Amece ha dedicato uno dei suoi panel al tema del plurilinguismo e delle comunità educanti, aprendo uno spazio di riflessione su una questione centrale: l’educazione come responsabilità condivisa.

Attraverso gli interventi dei relatori, è emersa con forza l’importanza di riconoscere la diversità linguistica e culturale come una risorsa, e non come un ostacolo. Costruire comunità educanti significa infatti creare contesti in cui ogni individuo possa sentirsi accolto e valorizzato, contribuendo attivamente al percorso comune.

È emerso come l’educazione linguistica debba essere intesa come educazione all’originalità. Valorizzare le lingue madri facilita l’apprendimento dell’italiano, mentre fattori emotivi, il cosiddetto filtro affettivo, possono rappresentare una barriera invisibile.

Superare i pregiudizi è quindi essenziale. Lo ha evidenziato anche Aicha Mounir, responsabile dei laboratori linguistici Amece, ricordando come le lingue come l’arabo possono rappresentare un’opportunità, anche sul piano professionale, non un limite. Il plurilinguismo, al contrario, apre nuove prospettive e favorisce flessibilità mentale.

Le esperienze raccontate mostrano come questi principi prendano forma nella pratica: dall’impegno dell’associazione ZHISONG, che lavora sulla doppia appartenenza culturale, alla testimonianza di Ana Cecilia Ponce, in rappresentanza dell’associazione SEMILLEROS, che ha rivendicato il valore della lingua madre come legame con le proprie radici. Ha sottolineato che l’essere umano sia il risultato delle relazioni e delle esperienze che condivide e che non si è solo traduttori, ma si è soprattutto portatori di cultura.

A questa prospettiva si lega in modo centrale l’intervento di Maria Omodeo, docente dell’Università degli Studi di Siena, esperta in plurilinguismo fra sinodiscendenti, che ha posto al centro il valore della relazione come motore della crescita educativa e plurilingue. La lingua madre viene conosciuta come un diritto e una risorsa per tutti, mentre diventa fondamentale costruire un’alleanza concreta tra scuole, famiglie e territorio. In questo processo, ascolto e confronto, anche in assenza di una lingua comune, sono strumenti indispensabili per progettare percorsi realmente inclusivi e condivisi.

Il tema dell’identità emerge così come elemento centrale: non qualcosa di fisso, ma un intreccio dinamico tra relazioni e appartenenze.

Ampio spazio è stato dato anche al valore delle reti territoriali. Dai progetti di partenariato raccontati da Erika Mattarella, direttrice della Casa del Quartiere Bagni Pubblici di via Agliè, al lavoro del progetto ARCE (Alleanza Reti Comunità Educanti) illustrato da Alessandro Ingaria, fino alle iniziative di alfabetizzazione. Le case di quartiere emergono come spazi chiave per intercettare bisogni e costruire comunità.

In chiusura, Paola Perletto, docente e funzione strumentale area minori CPIA3 di Torino, ha ricordato come la mancata conoscenza dell’italiano non significhi automaticamente vivere una condizione di disagio: la difficoltà nasce spesso dal trovarsi fuori dal proprio contesto. Per questo, più che comunità chiuse, serve costruire “intercomunità”, spazi di relazione tra differenze.

Il confronto restituisce una visione chiara: il plurilinguismo non è una sfida da gestire, ma una risorsa da riconoscere e valorizzare. Costruire comunità educanti significa allora creare spazi in cui le differenze diventino occasione di crescita condivisa, nella consapevolezza che educare è un processo che riguarda tutti.