
Nel quartiere Aurora, tra le strade segnate dalla storia popolare di Torino, ci sono luoghi che per molti abitanti rappresentano ancora un luogo di memoria collettiva. Uno di questi si trova in via Cuneo 6, dove compare una scritta dedicata a Gipo Farassino, figura che per anni ha raccontato attraverso le sue canzoni la vita delle periferie torinesi.
La frase scritta in piemontese: “Monsù!… ma lo sà chiel che sì, al ses ed via Coni, i son naje mi!?!”. Tradotta in italiano significa: “Signore…ma lo sa che qui, al numero 6 di via Cuneo, sono nato io?”.
Una frase semplice, quasi colloquiale, che però racchiude un forte senso di appartenenza. Non è soltanto un riferimento biografico, ma modo diretto e popolare di rivendicare le proprie radici e il legame con il quartiere.
A parlarcene è stato Vittorio Taus, conosciuto nel quartiere come “Vitto Taus”, storico abitante di Aurora e da anni impegnato in attività sociali, culturali e di riqualificazione urbana.
Durante l’intervista, ha spiegato come quella scritta rappresenti molto più di un semplice omaggio artistico. Per chi vive il quartiere da tempo, è un richiamo a una Torino che ha conosciuto fatica, immigrazione, solidarietà e cambiamenti profondi.
Nel ricordare Farassino, ha citato anche un’immagine forte presente nelle sue canzoni: quella dei cieli di Barriera “neri” a causa delle fabbriche e dell’industria che per decenni hanno segnato il volto della città. A partire da quell’immagine gli è stato chiesto come vedesse oggi quel cielo.
La sua risposta è stata netta: oggi lo vede più azzurro, più sereno.
Una riflessione che per Taus va oltre il cambiamento urbanistico o ambientale e diventa una metafora sociale. Secondo lui, oggi sono soprattutto le persone -e in particolare i giovani– a dare nuovi colori ai quartieri di Torino, rendendoli vivi attraverso culture, esperienze e identità differenti.
Parlando dei pregiudizi spesso associati a zone come Aurora e Barriera di Milano, Vitto ha sottolineato come la multiculturalità rappresenti una risorsa sia per il quartiere sia per l’intera città. Per lui, le differenze culturali non sono un elemento di divisione, ma un’opportunità di crescita e confronto.
Nel corso dell’intervista ha insistito più volte sull’importanza di aiutare e valorizzare le persone, soprattutto chi vive situazioni di difficoltà economica o sociale. Ha espresso una forte fiducia nelle nuove generazioni, sostenendo però che spesso ai giovani venga lasciato troppo poco spazio e troppo poco sostegno concreto: è necessario investire tempo e anche denaro nella loro educazione e formazione, per far sì che si crei inclusione, tra le strade, nel quartiere e nella città.
Secondo Vitto, in una società dove tutto è immediatamente accessibile attraverso la tecnologia, si rischia di perdere qualcosa di fondamentale: l’empatia, la comprensione reciproca e la capacità di ascoltare davvero gli altri.
La storia della scritta di via Cuneo 6 si inserisce così in un contesto più ampio: quello di una Torino che continua a cambiare volto, lingue e generazioni, ma che continua anche a interrogarsi su cosa significhi davvero appartenere a un quartiere e a una comunità.
Nelle parole di Vitto Taus emerge proprio questo: la consapevolezza che il futuro delle periferie non possa costruirsi sulla paura o sui pregiudizi, ma sulla capacità di creare legami, riconoscere il valore delle persone e dare spazio ai giovani.
E forse oggi il “cielo più azzurro” di cui parla non riguarda soltanto la fine delle fabbriche e del fumo industriale. Riguarda soprattutto la possibilità di immaginare quartieri più umani, dove memoria, solidarietà e multiculturalità possano ancora vivere.