In Qua

Tra pregiudizi e realtà, le loro voci raccontano una storia diversa da quella che molti immaginano.

Non li capiamo davvero: i giovani di seconda generazione di Barriera di Milano vivono tra identità diverse. Le loro storie sono la chiave per comprenderli.

Barriera di Milano è un quartiere multiculturale, dove si sa che ci sono anche episodi di criminalità. Tuttavia, i giovani vogliono cambiare la visione di un quartiere che dai giornali viene spesso definito “Far West”.

Un esempio è Charlotte che, mentre parliamo, mi racconta di essere nata in Italia da genitori peruviani. Non è figlia unica: ha una sorella e un fratello. Una cosa che mi colpisce è ciò che dice: “Essere immigrata non è male, perché non devi vergognarti delle tue origini e porti con te la cultura del tuo paese.” Un pensiero significativo per una ragazza così giovane.Charlotte racconta che lei e i suoi fratelli sono stati bullizzati. Nonostante questo, è fiera di essere peruviana e di portare la propria cultura in Italia, anche se spesso viene etichettata come “pericolosa” a causa delle sue origini.Un episodio che colpisce è avvenuto sul tram 4: alla madre viene dato uno schiaffo sul braccio da una donna, seguito da insulti, perché doveva lasciarla passare senza nemmeno chiedere. Una frase particolarmente pesante è: “Conosco persone come voi, siete peruviani del cazzo.” Loro hanno scelto di ignorare.Ma non è l’unico caso.

C’è anche Mariam, che conosco e che frequentava la stessa scuola media dove è stato girato “P.I.L. – Perché Immigrazione è Lavoro [VIDEO]”. Nata in Italia da genitori tunisini, mi racconta che nella sua scuola superiore, che non è più Barriera ma in una zona più ricca, si percepisce un grande cambiamento, quasi come un altro mondo.Mariam racconta che i primi giorni non si sentiva a suo agio e che, ancora oggi, viene esclusa. Questa situazione dura da settembre e continua tuttora. Mi spiega inoltre che suo padre lavora come pasticcere; una volta, in un’azienda composta solo da italiani, è stato trattato a un livello più basso semplicemente perché immigrato.

Gabriel, nato in Italia da genitori rumeni, è il fratello maggiore di una sorella più piccola. Racconta di molti stereotipi sui rumeni, spesso definiti “zingari” o “ruba rame”. Sono etichette diffuse dai giornali e da alcune persone, che contribuiscono a creare un’immagine distorta.Noi giovani di ogni comunità non abbiamo sempre voce in capitolo. Parlare significa spesso andare contro ciò che viene raccontato e, a volte, non sentirsi ascoltati.Anche Anna, una ragazza italiana nata a Roma da genitori italiani e che vive qui da 12 anni, descrive Barriera come un quartiere complesso ma molto multiculturale.

Mi racconta che i giornali non dicono tutta la verità e mostrano solo quello che vogliono.Parlando della sua esperienza, mi dice che davanti casa sua c’è un parco dove, soprattutto in estate, le mamme stanno con i bambini. Un’immagine diversa da quella che spesso viene raccontata.Anna parla anche delle nuove “zone rosse”, sostenendo che non servono davvero: secondo lei, il problema non si risolve, ma semplicemente si sposta. È un’opinione che condivido anche io.

C’è anche Celia, nata da genitori ivoriani e una delle ragazze presenti in “P.I.L.”. Mi racconta che Barriera, a volte, ti dà uno “schiaffo educativo” e altre volte ti insegna come va davvero la vita.Dice di aver vissuto episodi di discriminazione, anche per il colore della pelle, e di essersi sentita diversa dagli altri. Allo stesso tempo, però, sa che siamo tutti uguali.Parlando della scuola, racconta che all’inizio si sentiva a disagio: spesso era l’unica persona di colore in una classe di studenti bianchi. Tuttavia, i compagni l’hanno accettata e hanno capito che i ragazzi di barriera e aurora non sono come vengono raccontati.

Alla fine, la vera domanda è: chi racconta davvero la realtà?Spesso i giornali parlano dei giovani senza conoscerli davvero, costruendo immagini che non sempre corrispondono alla realtà.Forse è proprio da qui che bisogna partire: cambiare il modo in cui si guarda agli altri, smettere di “tagliare le ali” ai giovani, immigrati e non, e iniziare ad ascoltare davvero le loro storie.